Da Wired.it :

Il fallimento della banca americana Silicon Valley Bank (Svb), il più importante dai tempi della crisi finanziaria del 2008, è la storia di un modello di business che non funziona più: quello basato sui tassi di interesse a zero, sull’illusione che il denaro non avesse più un costo, e che il settore tecnologico restasse per sempre una gallina dalle uova d’oro. Ma le banche centrali hanno alzato i tassi per contrastare l’inflazione, la bolla del tech è scoppiata e Svb non ha retto il colpo. Costringendo il governo statunitense a sfoderare gli scudi per arginare l’effetto contagio. 

Il caso:

  1. I problemi di Svb
  2. La fine dei tassi zero
  3. La crisi di fiducia
  4. I soccorsi

I problemi di Svb

Silicon Valley Bank è un istituto squisitamente californiano: fondata a Santa Clara nel 1983, era divenuta la banca di fiducia delle aziende tecnologiche e del venture capital americano. Cresceva rapidamente, complice il boom del settore, e nel 2021 gestiva circa la metà di tutti i fondi impiegati per finanziare le startup. Ed ecco la prima debolezza: un’unica tipologia di clienti, un unico settore, un unico distretto geografico.

Anche la seconda debolezza è legata alla natura di Svb. Di base, le banche devono impiegare i soldi dei correntisti. Una banca tradizionale li usa soprattutto per concedere prestiti ai propri clienti; ma il modello di finanziamento delle startup poggia sul venture capital, non sui prestiti bancari. Una “banca delle startup”, quindi, non sapendo che farsene della liquidità raccolta investe principalmente in titoli di stato. Alla fine del 2022, Silicon Valley Bank aveva all’attivo quasi 100 miliardi di bond governativi. Nessuna complicazione, fino a quando la Federal Reserve – la banca centrale americana – non ha dato il via ai rialzi dei tassi di interesse. 

La fine dei tassi zero

L’ecosistema delle startup prospera in un ambiente di tassi zero. Quando i tassi di interesse sono bassi o nulli, un dollaro oggi vale quanto un dollaro fra vent’anni. Una prospettiva ideale per un modello di business che conta sui guadagni futuri, mentre tollera perdite anche ingenti nel presente. Ma il mondo dei tassi inesistenti non era per sempre. Con l’inizio della stretta monetaria da parte della Fed, le startup hanno subito uno scossone: un dollaro oggi era divenuto più allettante di un dollaro tra vent’anni, e gli investimenti di venture capital sono calati drasticamente, come pure le valutazioni. Per continuare a crescere, le startup hanno quindi iniziato a bruciare cassa e a ritirare i propri depositi. E Silicon Valley Bank, con un parco clienti così specializzato, si è ritrovata a fronteggiare prelievi sempre più frequenti. 

A questi deflussi va aggiunto l’effetto del rialzo dei tassi sull’attivo di Svb. La maggioranza delle banche, quando i tassi salgono, devono sì corrispondere un interesse sui depositi, ma ottengono anche rendimenti più alti dai prestiti. Silicon Valley Bank, però, aveva in pancia pochi prestiti e molti titoli di stato a lunga scadenza, e il costo di remunerare i depositi era aumentato più del rendimento che poteva ricevere: in sostanza, stava perdendo denaro. 

La crisi di fiducia

Svb avrebbe potuto attendere la scadenza naturale delle obbligazioni, ma le startup stavano ritirando i depositi e non aveva un cuscinetto di liquidità sufficiente. Di qui l’episodio che ha innescato la crisi di fiducia degli ultimi giorni: la vendita di titoli per 21 miliardi, vendita che ha generato una perdita, perché quando i tassi di interesse salgono i prezzi dei bond diminuiscono. L’annuncio delle perdite ha seminato il panico tra i fondi di venture capital, che hanno spinto le aziende associate a riscuotere i propri soldi. A fine giornata di giovedì 9 marzo erano defluiti 42 miliardi di dollari di depositi: una classica corsa agli sportelli. Così un intero ecosistema di business, tipicamente americano, si è avvitato su se stesso, perché eretto sulla prospettiva che i tassi sarebbero rimasti a zero. 

I soccorsi

Le autorità federali, per scongiurare l’effetto valanga, hanno messo a punto un intervento salvavita per i correntisti. Il Tesoro, attraverso un fondo interbancario, si è infatti impegnato a garantire l’intero ammontare dei depositi di Svb e di Signature Bank, un altro istituto chiuso dal governo. Garanzie che vanno ben oltre i 250mila dollari coperti per legge: d’altronde la quasi totalità dei depositi eccedeva questa soglia e rischiava di dissolversi. Non esattamente un bazooka, tuttavia, dal momento che gli azionisti, a differenza dei correntisti, perderanno i loro investimenti. Nel frattempo, l’agenzia di assicurazione federale sui depositi procede a vendere le attività di Svb.

Per risanare la fiducia nel sistema bancario si è attivata anche la Federal Reserve, che ha messo a disposizione 25 miliardi di dollari per un nuovo programma di prestiti riservato alle banche in difficoltà. La mossa serve a evitare vendite affrettate di titoli che, come nel caso di Svb, creino buchi di capitale. Da vedere se la banca centrale americana rallenterà anche il ritmo dei rialzi dei tassi, viste le forti turbolenze sui mercati: la maggioranza degli analisti ritiene che alla riunione della prossima settimana i tassi rimarranno inalterati o al più saliranno dello 0,25%, quando fino a ieri si attendeva un ulteriore rialzo dello 0,50%. Un bilanciamento dei rischi, tra inflazione e stabilità finanziaria, che la Fed dovrà considerare. Se non altro il caso Svb ha mostrato che, a dispetto della buona tenuta delle economie, i rialzi dei tassi hanno importanti effetti collaterali. 



[Fonte Wired.it]