Negli ultimi mesi il dibattito sull’uso dei social network da parte dei minori è tornato con forza al centro dell’agenda politica europea e anche in Italia il tema sembra entrare nel dibattito in modo strutturato. A rilanciarlo è stato Alessio Butti, sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega all’innovazione tecnologica, che ha posto l’accento sulla necessità di una norma capace di garantire una reale verifica dell’età online come strumento di tutela per bambini e adolescenti.
Butti: “Serve una norma sulla verifica dell’età”
Butti, che domenica 8 febbraio è ospite alla trasmissione Progress, su SkyTg24, ha parlato apertamente di una crescente preoccupazione legata alla salute mentale dei ragazzi, esposti fin da giovanissimi alle dinamiche dei social network e i meccanismi degli algoritmi. “Noi siamo preoccupati rispetto alla questione dell’igiene mentale, della salute mentale, della non dipendenza dagli algoritmi per i nostri ragazzi, per gli adolescenti”, ha spiegato, chiarendo che l’obiettivo non è la censura. “Nessuno vuole censurare, però è evidente che stiamo vivendo dei tempi che creano delle sfide continue”.
Per questo, pur senza impegnare formalmente il governo, il sottosegretario ha invitato a “valutare l’opportunità di inserire qualcosa che sulla verifica dell’età consenta un uso più consapevole della tecnologia”.
La tecnologia esiste, il ruolo dell’app IO
Secondo Butti, inoltre, non si tratterebbe di costruire soluzioni complesse o futuristiche proprio perché la tecnologia necessaria esiste già. “Potremmo già oggi garantire attraverso l‘app IO l’età di chi usufruisce di determinati servizi online”, ha spiegato, ipotizzando un sistema di verifica dell’età basato su un Qr code collegato all’applicazione che i siti dovrebbero rilasciare. Un meccanismo automatico che permetterebbe di verificare l’età dell’utente senza esporre dati sensibili, ma che richiederebbe una cornice normativa chiara: “Qui occorrerebbe una norma”, ha sottolineato, concludendo che “qualche provvedimento deve essere assunto”.
Il modello spagnolo: stop ai social sotto i 16 anni
Lo scenario evocato dal sottosegretario guarda molto da vicino quanto sta già accadendo in altri paesi europei. In Spagna, il governo guidato da Pedro Sánchez ha annunciato un piano particolarmente restrittivo sull’accesso dei minori ai social network, con una proposta di divieto totale per i giovani sotto i 16 anni. Alla base della scelta c’è una critica esplicita al potere delle grandi piattaforme digitali, accusate di non garantire un ambiente sicuro per gli utenti più giovani. Il progetto spagnolo punta su sistemi di verifica dell’età obbligatori e su una maggiore responsabilità legale delle aziende piattaforme, nel tentativo di ridurre l’impatto dei social sulla salute mentale degli adolescenti.
La Francia e il limite dei 15 anni
Anche la Francia si è mossa nella stessa direzioni, seppur con una soglia anagrafica leggermente diversa. Parigi ha deciso di fissare a 15 anni l’età minima per l’accesso ai social network, votando a favore di una proposta di legge che impone alle piattaforme l’obbligo di verificare l’età degli utenti. Il provvedimento nasce dalla crescente preoccupazione per il cyberbullismo, l’esposizione a contenuti dannosi e l’influenza degli algoritmi sul benessere psicologico dei più giovani. Il presidente Emmanuel Macron ha più volte sottolineato la necessità di un intervento pubblico per riequilibrare il rapporto tra minori e piattaforme digitali.
Le possibili scelte future dell’Italia
Le parole di Alessio Butti si inseriscono quindi in un contesto europeo sempre più orientato alla regolamentazione dei social network per i minori e sembrano indicare una possibile strada anche per l’Italia. L’idea di sfruttare strumenti esistenti, come l’app IO, per introdurre un sistema di verifica dell’età rappresenta una soluzione che potrebbe tenere insieme tutela dei minori, innovazione tecnologica e rispetto delle liberà individuali. Resta ora da capire se il dibattito si tradurrà in una proposta concreta: dopo le mosse di Francia e Spagna, anche l’Italia potrebbe presto essere chiamata a scegliere se e come intervenire.


