Quanto alla possibilità di “gestione remota – conclude la nota – essa richiede privilegi amministrativi specifici e le relative attività sono tracciabili in quanto vengono registrate nei log di audit, consentendo alle organizzazioni di verificare quanto avvenuto”.
Quindi no, non siamo di fronte a “software spia”, ossia sistemi tipo i trojan che sono installati segretamente per spiare l’utente e raccogliere informazioni personali senza consenso per compiere illeciti o manovrare a distanza camera e microfono del pc sotto attacco. Sono sistemi che permettono interventi diffusi e veloci da remoto, in caso di problemi di malfunzionamento.
La digitalizzazione e il rischio vulnerabilità
È evidente che questi sistemi espongono a un rischio di forzatura per chiunque – esperto – decida di usare tecniche di black hat, cioè con intenti criminali. Ma non si può sostenere che in questo caso ci fosse l’intenzione del ministero della Giustizia di mettere sotto sorveglianza tutta la magistratura italiana usando un sistema di manutenzione da remoto.
Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha risposto subito in tal senso, parlando di “accuse surreali” e spiegando che l’infrastruttura usata negli uffici giudiziari è lo stesso sistema di gestione e sicurezza dei pc già in funzione dal 2019. Un sistema che “non consente sorveglianza dell’attività dei magistrati, non legge contenuti, non registra tasti o schermo, non attiva microfoni o webcam. Le funzioni di controllo remoto non sono attive né sono state mai attivate. In ogni caso, il loro eventuale uso necessiterebbe di una richiesta dell’utente e di una sua conferma esplicita: non potrebbe dunque avvenire a sua insaputa. Ogni intervento sarebbe comunque tracciato nei sistemi”.
Perché la polemica sul “software spia” sta montando
In questi giorni, però, sono molti i magistrati che starebbero “scoprendo” l’esistenza di questi software per il controllo dei pc da remoto. Il segretario dell’Associazione nazionale magistrati Rocco Maruotti ha dichiarato di essere in attesa di “risposte sul software spia”. Tutte le opposizioni hanno chiesto alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni di riferire in parlamento per chiarire la situazione, giudicando gravissimo il rischio di un “accesso da remoto senza alcuna notifica al magistrato che sta lavorando”.
La procura di Roma, ha riferito intanto l’agenzia di stampa Ansa, aveva avviato già nei mesi scorsi alcune verifiche, senza indagati o ipotesi di reato e senza rilevare profili di natura penale relativi al rischio di vulnerabilità informatica del sistema.
Il nodo è la trasparenza, non la tecnologia
Ma il cuore della questione è un’altra. E non riguarda la tecnologia. La digitalizzazione di sistemi complessi come la Giustizia, che per di più incarna uno dei tre poteri dello Stato e che oggi è al centro di un accesso dibattito politico e referendario, richiederebbe molta più trasparenza e condivisione tra gli operatori e non.


