L’invasione degli ultracorpi di Don Siegel dopo 70 anni continua ad essere uno dei film di fantascienza più influenti, importanti e geniali che siano mai stati creati. Questa distopia inquietante continua ad essere la miglior rappresentazione del concetto di paura e fobia sociale, della rivolta del singolo contro il conformismo, di quanto sia difficile per l’uomo moderno conservare la sua identità.
Un film che arrivò in un momento storico complicato
L’invasione degli ultracorpi era tratto da un racconto di Jack Finney, uscito sul magazine “Collier’s” due anni prima e che l’autore in realtà non vide mai connesso ad una qualche sovrastruttura semantica. Per Finney si era trattato di un semplice esercizio di fantasia, all’inizio aveva avuto l’idea di esseri robotici in mezzo ai viventi, ma poi aveva optato per l’idea di copie create da una presenza aliena. Tutto lì per lui. Ma il cinema ha le sue leggi e un racconto di questo tipo, calato nella realtà specifica di quell’America degli anni ’50, non poteva sfuggire ad un’interpretazione più complessa. Don Siegel lo pensò subito appena lesse il racconto originale e coinvolse lo sceneggiatore Daniel Mainwaring in un’opera con cui abbracciare il concetto di controcultura cinematografica e con cui parlare di come la vita stesse diventando una ripetizione costante, gli esseri umani delle entità senza personalità ed emozioni. L’invasione degli ultracorpi uscì quando la Guerra Fredda aveva impattato Hollywood in modo profondo.
Film come Gli invasori spaziali, Destinazione… Terra!, Ultimatum alla Terra, La guerra dei Mondi, avevano avuto un impatto profondo, ma si facevano portatori anche dell’incubo nucleare, dell’ignoto dalla Spazio come pericolo. Poi era venuto Howard Hawks, La cosa da un altro mondo aveva spostato l’asse, il male era dentro l’uomo, era nascosto, ci imitava, era generato dalla nostra imprudenza, dalla scienza che si spingeva dove non bisognava. L’invasione degli ultracorpi aggiunse in questo scenario un tassello fondamentale, parallelo a questi titoli, ma capace di guidarci verso orizzonti inediti. Certo, Don Siegel dovette far fronte ad un budget davvero ridotto, solo 300.000 dollari, il che comportò la costante necessità di adattarsi da parte della troupe, per cercare di rendere credibile quello che era, a tutti gli effetti, un vero e proprio racconto dell’orrore. Protagonista era il Dottor Miles Bennell (Kevin McCarthy) che di fronte ad uno psichiatra, rievoca quello che è stato un incubo ad occhi aperti.
Un incipit, anzi prologo, molto strano, ma fu voluto, come il finale ottimista, dalla produzione, contrariando non poco Don Siegel. Il film da allora ha sempre avuto due facce: quella americana più conformista, e la Director’s cut, più pessimista e coerente, scevra di quel prologo e soprattutto dall’happy end. Quello che c’è in mezzo però è quello che conta, il Dottor Bennell nella tranquilla cittadina californiana di Santa Mira viene letteralmente assediato da un numero sempre più alto di pazienti, convinti che i loro parenti siano stati in qualche modo sostituiti da degli impostori. Potrebbe trattarsi di un’isteria di massa, di un’allucinazione collettiva pensa inizialmente, poi però ecco che l’orrore si palesa, inconfutabile, con corpi che vengono replicati, prodotti dai baccelli giganti. In breve, Bennell, la sua amica Becky (Dana Wynter) e pochi altri si rendono conto che l’intera cittadina sta venendo sostituita da questi replicanti, queste copie totalmente prive di umanità, di empatia.
Ed è solo l’inizio, tutto il mondo rischia di diventare una copia aliena di se stesso. L’invasione degli ultracorpi ci mette di fronte ad una vera offensiva extraterrestre, completamente diversa da quello che il cinema di quegli anni ci aveva mostrato. Niente mostri giganti, niente navi spaziali, niente di tutto questo, ma qualcosa di più sottile, inquietante, terribile, che Don Siegel tratteggia in un crescendo magnifico, con la sensazione di isolamento, la fobia dell’altro, quella fuga finale allucinante e senza speranza. L’invasione degli ultracorpi colpì un nervo scoperto della società americana dell’epoca, quella che era terrorizzata dall’invasione comunista (con il caso di Rudol’f Abel) e dall’incubo dell’Olocausto nucleare, dall’idea di non potersi fidare veramente di nessuno. Ma di contraltare l’offensiva maccartista aveva spaventato molti, insinuato l’idea che si cercasse di soffocare la libertà e l’identità individuali, in modo da appiattire e dominare completamente la società, sostituirla con un qualcosa di molto più controllabile.
Una paura che ha cambiato volto ma non significato
Erano due fronti opposti, due paure nate dai due lati del blocco per così dire, ma parimenti simili nella rappresentazione che L’invasione degli ultracorpi offrì in quel 1956. A questa sua duplice identità, ad un tempo sfumata e contemporaneamente chirurgica e precisa, si deve la fortuna del film, che riuscì comunque a incassare più di quattro milioni di dollari, e raccolse il plauso della critica. Poi però venne dimenticato, messo da parte, quasi relegato in uno specifico sottogenere. Ma a vederlo oggi, dopo tanto, tantissimo tempo, è ancora incredibile quanto abbia influenzato la nostra visione del futuro. Lo fece anche dal punto di vista dell’estetica, con il concetto dell’inseguimento della massa uniforme ed ostile che poi George A. Romero avrebbe reso un must del genere zombie, lo stravolgimento completo della nostra quotidianità, la perdita di punti di riferimento che avviene in pochi istanti. La paura come epidemia, il nemico che ti cammina accanto, la manipolazione emotiva e mentale.



