Fargo quando esce sul grande schermo la prima volta, quell’8 marzo del 1996, nessuno può prevedere che sarà una delle rivoluzioni più importanti nella narrazione postmoderna, un cardine attorno a cui ruota tutto ciò che è diventato il crime in questo XXI secolo. Dopo tre decenni, questa storia di crimine, avidità, mediocrità umana e perfidia creata dai fratelli Coen continua ad essere lo specchio desolante e fedele di ciò che siamo veramente.
Un meraviglioso gioco di specchi ed illusioni
Fargo a guardarlo oggi, trent’anni dopo la sua uscita in sala, più che un film, ci appare come l’inizio di una vera rivoluzione della narrativa moderna, qualcosa che è ancora oggi è in atto, e va oltre il grande e piccolo schermo. E dire che nessuno ormai credeva nei fratelli Coen in quel momento. Erano stati indicati come il futuro del cinema indipendente americano, avevano regalato film applauditi dalla critica, poi però Mister Hula Hoop si era schiantato al botteghino, li mette con le spalle al muro. In una situazione del genere, o vai coi piedi di piombo oppure ti giochi il tutto per tutto. I Coen decidono per la seconda e mettono nero su bianco una sceneggiatura che è semplicemente la più folle, ardita ed estrema che si possa immaginare, una vera e propria ribellione alla canonicità cinematografica. Col senno di poi, fu una grandissima scommessa vinta, una delle più incredibili della storia.
Fargo ha mutato completamente non solo la descrizione della malvagità, ma la sua stessa analisi a livello semantico. Fin dall’inizio, il film si avvicina a diversi generi, ci si appoggia potremmo dire, ma senza farsene assorbire completamente. Dal crime, thriller, dal noir, persino dal neo-western e dalla black comedy, Fargo prende elementi, atmosfere, topoi, ma contemporaneamente li distrugge, li usa a proprio piacimento, ci porta a perderci tra false piste false e vicoli ciechi, per poi andare da tutt’altra parte. Il film della maturità per i fratelli Coen, lo è anche dal punto di vista visivo, estetico, ogni inquadratura è un’opera d’arte, è studiata nei minimi dettagli. Fargo è legato prima di ogni altra cosa ad un cromatismo che la magnifica fotografia di Roger Deakins rende narrazione parallela, con il contrapporsi tra caldo e freddo, i toni grigi e i colori caldi, il rosso del sangue e il bianco di quella neve.
Fargo cesella una divisione manichea tra bene e male, dentro e fuori, che però non significa prevedibilità, mai, non nel mondo dei fratelli Coen; piuttosto è uno sguardo consapevole verso una società e un’umanità sempre ad un passo dall’abisso, dall’orrore. “Tratto da una storia vera” ci dice una frase all’inizio del film, naturalmente poi si scoprirà che l’unica cosa vera riguarda il caso di un marito che aveva fatto pezzi la moglie, ma il rapimento, il riscatto, quella tragedia grottesca fatta di delitti e criminali incapaci, invece è una totale invenzione. Oppure no? Perché i Coen non parlano di cronaca reale, ma realistica, di una storia non vera in quanto accaduta ma vera perché fatta di personaggi ed eventi plausibili. Jerry Lundegaard (William H. Macy) venditore d’auto fallito e insignificante, assolda Gaear (Peter Stormare) e Carl (Steve Buscemi) per rapire sua moglie e fregarsi i soldi del suocero, Wade (Harvey Presnell). Facile no?
Se ancora oggi, nel 2026, leggiamo certi fatti di cronaca folli, assurdi nella loro crudeltà, ci rendiamo conto che questa storia nel Midwest innevato manco è così particolarmente estrema. I fratelli Coen ci parlano di Fargo, che però è una città del Dakota, mentre seguendo le indagini dell’agente Marge Gunderson (Frances McDormand) finiamo nel Minnesota. Ci si interroga da trent’anni sulla risposta, forse è un luogo della mente, forse semplicemente una metafora, una delle tante utilizzate dai fratelli Coen all’interno di un film che è un labirinto di falsi specchi. Fargo ci aggredisce fin dall’inizio con i suoi colori freddi, con l’ostilità della natura che osserva sonnacchiosa quella storia di delitti e avidità patetica, di valigette seppellite, sparatorie assurde, di un uomo vile che cerca di farla franca in modo patetico. E mentre ridiamo, ci rendiamo conto che non c’è nulla di esagerato in quello che stiamo vedendo.
Un film sul vero e banalissimo volto del male
In quel 1996 guardiamo lo stesso orizzonte dei western di John Ford, che diventa lo sfondo di una desolante mediocrità, lontana dalla narrazione di Hollywood. Siamo nelle grandi pianure del Midwest, di quell’immensa provincia che, nella realtà, è il vero, grande volto del paese. Se nel cinema in generale il cattivo, o i cattivi, era affascinanti, machiavellici, dotati di carisma, Marge, che aspetta un bambino, che è sposata con il mite e pigro Norm (John Carroll Lynch), si trova di fronte ad una serie di patetici e insignificanti nessuno. In lei i Coen celebrano la negazione dell’eroe americano classico, quasi sempre un virile lupo solitario con in mano una sei colpi, dispensatore di una furiosa giustizia divina. Fargo invece la vede armata di acume, empatia, intelligenza e problem solving. Intanto, ci porta dentro il volto reale, desolante, dell’american dream e non è un caso che il tutto sia ambientato negli anni ’80.



