Il primo caso di stalking della storia forse ha per protagonista una divinità. «Vede i suoi occhi vividi di fuoco, simili a stelle, vede le labbra tenere, e non gli basta averle viste; loda le dita, le mani, le braccia, le membra più che a mezzo nude: immagina migliore quello che resta nascosto. Essa, più rapida del vento lieve, fugge, e non si arresta alle parole di lui che la richiama». (Ovidio, Le Metamorfosi).
Sì, Apollo era uno stalker
Lui è Apollo. Lei la ninfa Dafne. Lui vede lei e non capisce più niente. Succede a molti uomini e anche a parecchi Dei, ma a complicare le cose qui ci si mette Eros, che ha colpito Apollo con una freccia d’oro, incendiandolo d’amore, e la ragazza con una freccia di bronzo, capace di spegnere qualsiasi desiderio per chiunque. Insomma, Dafne non solo non ne vuole sapere, ma vuole restare vergine e consacrare la sua vita alla dea Diana. Dafne fugge, Apollo insegue, e parla, e le spiega che lui è un dio, che suo padre è Giove, che lui è un medico e un musicista, ma lei continua a scappare, fino a quando Apollo riesce a farsi vicino e a mettere sul collo di lei «l’affanno del suo respiro». Allora la ninfa, stremata, prega suo padre, il fiume Peneo: «annienta mutandola la mia immagine, a causa della quale troppo piacqui». Ed ecco che il busto le si riveste di corteccia, i capelli diventano fronde, le braccia rami, i piedi si radicano al suolo. E ancora Apollo l’ama, ancora distende la mano sul tronco per sentir palpitare il petto sotto la corteccia, ancora «avvolge con il suo corpo i rami e imprime baci nel legno». Ancora costringe Dafne, se pur mai sarà sua sposa, ad essere la sua pianta: «il mio capo, la mia cetra, la mia faretra ti avranno sempre, o alloro». Non è una bella favola, ma la storia di una ragazza disperata, costretta a trasformarsi, a rinunciare alla propria vita pur di scappare al suo persecutore.
Più tragica è forse solo la storia, narrata ancora da Ovidio, quella di un’altra ninfa, Cenide, desiderata (perseguitata?) da molti uomini per la sua bellezza. Tra questi Poseidone, il dio del Mare, che dopo averla violentata le aveva offerto in dono di esprimere un desiderio qualsiasi, e lui l’avrebbe esaudito: «grande è il desiderio che sorge da questa violenza, cioè di non essere più soggetta a un simile affronto: concedimi quindi di non essere femmina». E il dio, il suo violentatore, la trasformò in un guerriero. Poco piacevole deve essere stata anche l’esperienza di Galatea, la ninfa oggetto delle attenzioni morbose di Polifemo, ciclope non certo attraente nell’aspetto e nei modi. La vittima di stalking forse più famosa di tutta la letteratura classica è però Penelope, la sposa di Odisseo, quella che lo aspettava a Itaca tessendo e disfacendo la tela mentre i Proci la insidiavano: erano addirittura 109 i pretendenti che aspiravano alla sua mano oltre che al trono di Ulisse, e le loro avances erano continuate, quotidiane, insistenti e sgradevoli quanto sgradite, irrispettose della casa che li ospitava e della presenza del figlio di Penelope. Non va però dimenticato che lo stesso Odisseo, in giro per il mondo, venne stalkerizzato in modo pesante dalla maga Circe, che arrivò a incantarlo (drogarlo?) per tenerlo con sé.
Odi et amo, tra poesie e graffiti osceni
Se le storie di dei, eroi e ninfe possono sembrare qualcosa di lontano e irreale, la passione ossessiva che sfocia in violenza era qualcosa di reale e concreto anche nell’antichità. Restando in Grecia, ne sapeva qualcosa Neobule, la donna amata dal poeta Archiloco: i suoi versi hanno cantato l’amore per la ragazza, che doveva diventare sua sposa, fino a quando il padre di lei, Licambe, non decise di ritirare la proposta di matrimonio. I toni delle poesie di Archiloco allora cambiarono, diventando aspri, ingiuriosi, volgari, tanto da spingere Licambe e le sue due figlie al suicidio. Così da frasi sdolcinate come «Oh, se potessi così toccar la mano di Neobule» Archiloco passa a bollare la ex fidanzata come una vecchia inguardabile: «Neobule, se la sposi un altro uomo! È appassita, ha il doppio dei tuoi anni, il fiore virginale è svanito, e con esso il fascino che prima aveva: sazietà, infatti, non conosce» scrive il poeta nello stesso componimento in cui racconta di aver sedotto la sorellina minore della donna in questione. Leggenda o verità, si racconta che le sorelle e il padre si impiccarono. Uno scenario che porta a un altro reato contemporaneo: il revenge porn.
Non c’erano i social, all’epoca, ma i versi degli scrittori viaggiavano veloci, di bocca in bocca. Come fecero a Roma quelli di Catullo. Sì, quel Catullo, quello che alla sua amata Lesbia chiedeva baci a cento e a mille, quello che si disperava per la morte del passerotto della sua ragazza, quello che tutti conosciamo per la struggente riflessione Odi et amo, odio e amo. Ecco, lui, tradito da questa affascinante donna di dieci anni più grande di lui, trova sfogo per il suo amore disperato in parole dalla delicatezza degna di un postribolo: come nel Carme 58, in cui Lesbia viene dipinta negli angoli delle strade, intenta a pratiche poco edificanti con “tutti i figli di Remo” («Illa Lesbia… nunc in quadriviis et angiportis glubit magnanimi Remi nepotes»). Chi non possedeva le capacità artistiche per comporre versi di questo tenore artistico poteva comunque sfogarsi scrivendo sui muri: l’equivalente nell’antichità di Instagram. E un giro tra i graffiti ritrovati a Pompei può rendere bene l’idea della capacità descrittiva degli antichi romani in fatto di avventure erotiche. Tanto che ancora oggi sappiamo che Sabina si concedeva per due monete, che Romula ed Eupilia hanno avuto numerosissimi amanti, e conosciamo i nomi, le caratteristiche fisiche e le abitudini di molte donne (e uomini) che forse non erano felicissimi di passare alla storia per motivi di questo genere. Ma c’era già allora chi disapprovava queste abitudini, pur affidando ai muri le sue opinioni: «Ti ammiro parete, poiché non sei ancora crollata, giacché devi sopportare una tale quantità di scempiaggini da parte di quelli che scrivono». Un po’ come quelli che oggi invocano la chiusura dei social come misura per risolvere tutti i mali.


