Ci sono voluti circa due anni tra ricorsi, rinvii e verifiche tecniche perché Libera potesse accedere al suicidio assistito. La donna era affetta da una forma avanzata di sclerosi multipla che l’aveva portata alla paralisi totale. Non potendo compiere alcun movimento, neppure quello necessario ad autosomministrarsi il farmaco, la sua vicenda ha rappresentato fin dall’inizio un caso complesso sul piano medico e giuridico.

La svolta è arrivata grazie a un dispositivo a comando oculare predisposto dal Consiglio nazionale delle ricerche: una tecnologia non nuova in senso assoluto, ma mai utilizzata prima in Italia per consentire il suicidio assistito. Attraverso lo sguardo, Libera ha potuto attivare in autonomia l’infusione endovenosa del farmaco, superando così il limite imposto dalla sua condizione.

A seguirla lungo tutto il percorso è stata l’Associazione Luca Coscioni, che l’ha accompagnata tra passaggi giudiziari, verifiche e accertamenti fino alla realizzazione e consegna del dispositivo.

Il nodo dell’auto somministrazione e la soluzione del Cnr

Proprio l’impossibilità fisica di autosomministrarsi il farmaco aveva bloccato la procedura, nonostante il via libera arrivato già a luglio 2024 dalla Usl Toscana Nord Ovest. Da lì, il ricorso al tribunale di Firenze per ottenere l’autorizzazione alla somministrazione da parte di un medico, con il conseguente scontro giuridico sull’articolo 579 del codice penale.

La questione è arrivata fino alla corte Costituzionale, che ha indicato la necessità di verificare l’esistenza di strumenti idonei a garantire comunque l’autosomministrazione. È in questo passaggio che entra in gioco il Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr), incaricato di progettare una soluzione.

Il risultato è un sistema che combina puntamento oculare e pompa infusionale: attraverso lo sguardo, Libera ha potuto attivare in autonomia l’infusione endovenosa del farmaco, superando il limite imposto dalla sua condizione clinica.

Una battaglia durata due anni

La storia di Libera è quella di un’attesa lunga e complessa. Dalla prima richiesta fino al collaudo del dispositivo, avvenuto nel marzo 2026, si sono susseguite verifiche tecniche, passaggi giudiziari e rinvii.

Un percorso che lei stessa aveva definito “duro”, sottolineando il paradosso di un sistema che, da un lato, consente l’accesso al suicidio medicalmente assistito in presenza di determinate condizioni, ma dall’altro rende estremamente difficile esercitare concretamente questo diritto, soprattutto per chi — come lei — è completamente immobilizzato.

Il messaggio: “Nessuno dovrebbe aspettare così a lungo”

Nel messaggio affidato all’associazione, Libera lega la sua vicenda personale a una richiesta più ampia di dignità e accesso ai diritti: “Spero, con tutta me stessa, che nessuno debba più aspettare due anni per poter esercitare un diritto che gli appartiene già. Nessuno dovrebbe essere costretto a lottare così a lungo per ciò che dovrebbe essere garantito”, ha sottolineato, spiegando che la sua battaglia “è stata dura”, ma con la speranza che possa “aprire anche solo una strada” o “accorciare anche solo un’attesa”.

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