Sono conosciute come le “pietre drago” dell’Armenia. In lingua natia si dice vishapakar, o vishap, e sono silenziose sentinelle che sorvegliano laghi e pendii scoscesi delle montagne oltre i 1.900 metri di quota. Per millenni questi enigmatici monoliti hanno alimentato leggende popolari su mostri capaci di inghiottire il sole e di generare tempeste, ma oggi una ricerca guidata dall’Università Statale di Erevan ci offre una prospettiva decisamente più reale, ma altrettanto affascinante, sulla loro origine: le pietre drago sarebbero gli ultimi testimoni di un’antica civiltà preistorica e di un culto dell’acqua dimenticato nel tempo.
Pesci e tori, guardiani delle vette
I vishapakar sono monumenti unici nel loro genere: sono alti fino a cinque metri, sono fatti di basalto o andesite e pesano fino a 7 tonnellate. E sono più antichi di Stonehenge di almeno mille anni. Secondo la datazione al radiocarbonio, resa possibile dal ritrovamento di uno dei monoliti in una tomba, risalgono infatti al periodo Calcolitico, tra il 4200 e il 4000 a.C. Un’altra peculiarità è che sono levigati e scolpiti per raffigurare pesci, velli di bovini (con tanto di testa e corna che penzolano) o in una forma ibrida che fonde i due stili. Alcuni presentano incisioni che mostrano flussi d’acqua che sgorgano dalle bocche delle creature o uccelli che si posano sulle loro schiene. Fatto interessante è che le steli levigate a forma di pesce si trovano in larga maggioranza sopra i 2.700 metri e nessuna è stata rinvenuta sotto i 2.000 metri sul livello del mare. Quelle che ricordano una pelle di bue, invece, rimangono a quote più basse.
Una questione di sopravvivenza
Ma perché le popolazioni antiche avrebbero dovuto affrontare lo sforzo titanico di trascinare questi enormi e pesantissimi blocchi di pietra a simili quote? Secondo i ricercatori, la posizione delle pietre drago ha perfettamente senso per un’antica civiltà legata alla pastorizia. Incrociando dati topografici e analisi del paleo-ambiente, hanno scoperto che i monoliti venivano eretti (sì, anche se adesso la maggior parte è riversa al suolo, in origine erano in posizione verticale, “montati” su piattaforme artificiali) vicino a sorgenti d’acqua, laghi vulcanici e antichi sistemi per canalizzare l’acqua. La loro distribuzione, inoltre, segue il ritmo della vita dei pastori: le pietre si concentrano a quote che corrispondono alle diverse fasi della migrazione stagionale del bestiame. In un’epoca in cui la sopravvivenza dipendeva dalla capacità di gestire le scarse risorse idriche dell’altopiano, le pietre drago fungevano da marcatori territoriali e spirituali. Erano i totem di un culto dell’acqua che fondeva senso pratico e religione: le pietre segnalavano la posizione di una fonte d’acqua e, allo stesso tempo, erano una sorta di ex voto di pietra – un atto di ringraziamento per il dono dell’acqua che sgorga e di preghiera al divino affinché quell’acqua fosse nutrimento e vita per la comunità.
Dai pesci ai draghi: l’evoluzione del mito
Il termine “vishap“, infatti, appartiene alla mitologia armena di un periodo successivo rispetto alla realizzazione dei monoliti. In questi miti si narra di draghi o serpenti, guardiani dell’acqua ma spesso anche associati a entità malvagie che trattenevano le acque provocando siccità. L’iconografia originaria – legata ai pesci e ai buoi – suggerisce, però, un significato ancestrale molto più positivo. Nelle credenze arcaiche, il pesce rappresentava il punto in cui l’acqua sgorgava dalla terra (sorgenti) o le nevi in scioglimento, mentre il vello di bovide rappresentava probabilmente l’offerta rituale per garantire la fertilità dei campi e dei pascoli irrigati. Insieme rifletterebbero il viaggio dell’acqua e degli esseri umani attraverso le montagne.
Un patrimonio da proteggere
Oggi, il paesaggio culturale del sito di Tirinkatar in Armenia è candidato a diventare Patrimonio dell’Umanità Unesco. Oltre al loro valore archeologico, i vishap hanno influenzato profondamente la cultura armena successiva, lasciando tracce nel folklore, nell’arte e nella tradizione dei khachkar (le croci di pietra), alcuni dei quali furono realizzati in epoca medievale proprio trasformando i monoliti. Un riconoscimento che, si spera, aiuti ad affrontare le sfide legate alla loro conservazione. La stragrande maggioranza dei vishap, infatti, non si trova più nella sua posizione originale: alcuni sono crollati o sono stati distrutti nei secoli, altri sono distesi sul terreno in modo instabile, oppure sono stati spostati nei musei rendendo difficile la ricostruzione del contesto, altri ancora sono minacciati dalle condizioni ambientali estreme.


