The Boys: il lato oscuro dei supereroi secondo Garth Ennis


A morte i supereroi politically correct dei cinecomic: la serie Amazon ispirata ai fumetti omonimi svela le perversioni dei paladini con cinismo e humour nero. In streaming dal 26 luglio – NO SPOILER

Chi vorrebbe un mondo di supereroi?
A giudicare dallo stratosferico successo dei cinecomic, chiunque vorrebbe vivere in un realtà dove individui dalle capacità sovrumane risolvono i problemi dei comuni mortali. The Boys, serie al suo debutto su Amazon Prime Video dal 26 luglio, si ispira al fumetto omonimo di Garth Ennis (già autore di The Preacher, comics anch’essi adattati in show per la piattaforma digitale), ha per protagonisti una manciata di “super” e i suoi interpreti figurano tra gli ospiti del San Diego Comic Con, come di rito per le produzioni americane di genere più attese: eppure, non è una storia di supereroi come le altre.

La differenza sta nell’approccio, tutt’altro che apologetico, nei confronti di queste figure osannate. Sembra proprio che l’autore scozzese Ennis (Ghost Rider, Judge Dredd, Punisher), i supereroi li detesti: in The Boys, di cui Panini ripropone i fumetti in edizione deluxe proprio in questi giorni, sono tutti individui moralmente abbietti governati dalle peggiore perversioni. L’adattamento del corposo racconto illustrato di Ennis è affidato di nuovo all’attore Seth Rogen e al suo partner in crime Evan Goldberg, già responsabili della versione seriale di The Preacher, assieme a Eric Kripke (il creatore di Supernatural) e Simon Pegg (su cui Ennis modellò il personaggio di Hughie, di cui l’inglese nella serie interpreta il padre).

Protagonisti di The Boys sono un gruppetto di individui la cui missione è monitorare con il benestare del governo i paladini con i superpoteri che operano in nuclei sparsi in tutto il mondo e, quando necessario, contrastare i loro eccessi. Questa missione si traduce nello sterminio sistematico dei “super” più abbietti ogni volta che se ne presenti l’occasione secondo Billy Butcher, il rude, scorretto e sbrigativo leader dei Boys che cova un odio atavico per loro, e in particolare per i Sette. Capitanati da il Patriota (Homelander), una sorta di Superman biondo considerato da tutti “un santo”, questi ultimi costituiscono la Justice League del caso e sono sotto contratto – come tutti i vigilante che operano sul territorio americano – dalla Vought, multinazionale potentissima a metà tra un’agenzia di talent e un’azienda farmaceutica che controlla l’opinione pubblica e ha trasformato i supereroi in divinità idolatrate dai mass media.

L’aspetto più interessante e meglio sviluppato di The Boys è proprio la disamina dell’influenza dei social e degli altri media sulla cultura occidentale: i Sette sono star la cui immagine – dall’aspetto del costume al background familiare al tipo di casi che risolvono – è costruito a tavolino per accaparrarsi i favori di una specifica fetta di pubblico (c’è addirittura un’offensiva variante super di Gesù Cristo circondato da “apostoli”). Ne fanno parte Patriota, Queen Maeve – la Wonder Woman della situazione – , A-Train (il “Flash” nero del gruppo), Abisso (una sorta di Aquaman – ma la versione classica biondiccia dei comics, non quella selvaggia del Jason Momoa del film omonimo), il fantomatico Black Noir, l’invisibile Translucent e Starlight, l’ultima arrivata innocente e idealista. Grazie a lei lo spettatore scopre la verità sulle perversioni dei suoi colleghi e sul livello di corruzione della Vought, rappresentata dalla mefistofelica Madelyn Stillwell (Elizabeth Shue). Tutti belli e dalle fattezze angeliche (anche la Stillwell sembra la versione donna manager della fidanzatina della porta accanto), i “buoni” esistono solo per soddisfare la propria brama di potere e visibilità, mantenuta con comparsate ad hoc che riducono il pubblico a un ammasso decerebrato e festante di adoratori.

La venerazione da star hollywoodiane con cui sono accolti i super è proporzionale all’astio coltivato nei loro confronti dal menzionato Butcher: la prima puntata si apre con la decisione di questo tipo losco che opera oltre i limiti della legalità, di arruolare Hughie (Jack Quaid, il figlio di Dennis Quaid e Meg Ryan), un anonimo commesso la cui fidanzata è stata dilaniata accidentalmente da un membro dei Sette. Plasmato dal dolore e dal risentimento, diventa il nuovo membro dei guardiani, tipi bizzarri e mentalmente disturbati ma dediti alla propria missione – basti pensare al Francese, esperto di esplosivi sempre disponibile a far saltare in aria edifici (anche il proprio), veicoli e… il retto dei propri avversari.

Tutti i personaggi di The Boys sono bizzarri e fanno il verso ai personaggi dai poteri più strani dei fumetti Marvel (si può scegliere tra decine e decine di tizi con capacità risibili solo sfogliando le pagine degli X-Men), con la differenza che anche i “normali” sono strani forte (aspettate di vedere la Femmina).

Governati dalle idiosincrasie più pittoresche (non riuscirete più a guardare un tiralatte con sguardo innocente), sono concepiti da Ennis come una declinazione esasperata e grottesca dell’umanità. Quello che viene meglio sia ai comics che alla serie – decisamente non adatta al grande pubblico dei cinecomic bensì a quella parte di spettatori più ribelle, cinica arrabbiata e imbruttita – è proprio la rappresentazione della società dietro la facciata: siamo tutti schiavi delle nostre deviazioni e debolezze e l’unico modo per reagire è la violenza. Al netto dell’autocensura, la fantasia che la serie mette nel rappresentare gli atti più trucidi – si cui indugia spesso e volentieri – è un altro punto a favore dell’adattamento di Rogen & co: gagliardamente efferata, splatter, sporca e compiaciuta, è una replica liberatoria alle trasposizioni asettiche ed edulcorate a cui ci siamo tristemente abituati al cinema.

Per uno show dove non ci sono personaggi “buoni”, è importante riuscire a rendere accattivanti quelli che sono, a conti fatti, i meno bastardi, ovvero i Boys: il casting di Karl Urban nei panni di Butcher è particolarmente azzeccato (un po’ meno il suo accento “british” in lingua originale): bugiardo, cinico e vendicativo è il personaggio migliore dello show assieme alla diabolica Elizabeth Shue in quelli della manager della Vought Stillwell e a Antony Starr in quelli di Patriota. L’attore neozelandese che era stato protagonista della meravigliosa Banshee, qui in versione supereroe biondo psicopatico è irriconoscibile ma riesce da solo, in poche scene, a gettare un’ombra   indelebile sulla luminosa immagine del supereroe senza macchia.

Senza entrare nei dettagli, la trasposizione smorza decisamente i toni più estremi – specialmente in fatto di violenza – della versione originale (c’è poco da fare, storie come The Walking Dead o Preacher non avrebbero mai conquistato il consenso delle case di produzione televisive americane – comprese le più audaci Hbo e Cinemax – senza una robusta epurazione). Ciò non toglie che The Boys sia una serie che gronda un irresistibile humour nero, che sia irriverente, controcorrente, deliziosamente scorretta e infinitamente spregevole nel distruggere anche l’ultima speranza che resta all’umanità in questi tempi grami: non esistono supereroi che salveranno il mondo per bontà divina, salvatevi da soli.

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