The Dinosaurs neppure ha fatto tempo ad uscire su Netflix che già è in testa alle classifiche di tutto il mondo. Successo trionfale per la miniserie prodotta Steven Spielberg e narrata da Morgan Freeman, che ci offre un viaggio nel passato ad alta spettacolarità, contribuendo ad un innalzamento dello standard per ciò che riguarda la divulgazione sul piccolo schermo.
Un altro viaggio tra i grandi giganti del passato
The Dinosaurs è frutto di una collaborazione tra la Amblin Documentaries e la Silverback Films, le stesse che ci avevano regalato quella Life on our Planet quattro anni fa, capace di fare la storia della divulgazione e cambiarne per sempre i parametri estetici e narrativi. Questa miniserie di quattro puntate ne recupera l’arsenale fatto di una CGI stupefacente che si unisce a riprese dal vivo, un Morgan Freeman al microfono (per così dire) e un tono che sa unire fiction coinvolgente a disamine puntigliose su quel passato lontano. Protagonisti loro, i Dinosauri, le lucertole terribili, il cui dominio senza pari viene diviso in quattro capitoli: L’Alba, la Conquista, l’Impero, la Caduta. Sono 135 milioni di anni su cui ancora oggi sappiamo molto meno di quanto vorremmo, di quanto dovremmo, e per questo non smette di affascinarci, di ammaliarci, e che ogni anno trova un altro tassello da aggiungere grazie a nuove tecnologie e ipotesi. The Dinosaurs ha puntate che in media durano 45 minuti e appare molto più immediato rispetto a Life on our Planet.
The Dinosaurs magari non ne ha la potenza da colossal che stupì tutti a suo tempo, ma è più accessibile, con un’atmosfera meno cupa o seria. L’effetto ricorderà a molti ciò che la concorrente BBC ha fatto con Prehistoric Planet, distribuita poi su Apple Tv+, ed è curioso notare come i due prodotti siano sì molto simili, ma anche molto diversi. Netflix mira più ad un clima adventure, mette in fila una quantità enorme di dinosauri, si sposta in continuazione tra mare, cielo e terra, tra le varie ere. L’obiettivo finale? Parlarci di evoluzione soprattutto. Le prime uova, i primi dinosauri, le prime piume, i primi ghiacciai e le prime nevi. Gli appassionati del genere non mancheranno di riconoscere Edmontosauri, Pachicefalosauri, Vulcanodon, Sinraptor, non particolarmente magari al pubblico più generalista. Ovviamente, non possono mancare protagonisti assoluti fin dai tempi di Fantasia di Walt Disney come il T-Rex, Triceratops, Ankylosauro, Stegosauro o Spinosauro.
Un mito che non accenna a volersi placare
Se si vuole muovere una critica a The Dinosaurs, paradossalmente questa è la brevità dell’insieme, ovviamente connessa agli alti costi di produzione. Di serie così non si è mai sazi. Ma non è che al tempo di serie come Nel mondo dei dinosauri o I predatori della preistoria le cose andassero tanto diversamente. The Dinosaurs ci conferma anche la totale trasversalità di prodotti di questo tipo. I Dinosauri piacciono ad adulti e bambini, maschi e femmine, sono letteralmente il grande mito scientifico fin da quando William Buckland il 20 febbraio 1824 scoprì per caso il Megalosauro che dette inizio ad una nuova visione della vita sul nostro pianeta e soprattutto del nostro ruolo all’interno di esso. Sono passati due secoli da quel gentiluomo inglese, teologo oltre che geologo, il padre della moderna paleontologia, che però dovette aspettare nomi del calibro di George Cuvier e poi Richard Owen per venire riconosciuta in tutta la sua importanza. The Dinosaurs di quelle creature ci dona un’immagine più complessa.
Questo riguarda comportamenti, attitudine, rituali di accoppiamento, la capacità da parte di molti di loro di creare un ponte tra diversi habitat ed ere. Il loro però rimane un mondo che la voce di Morgan Freeman ci descrivere come pericolosissimo, instabile, governato dall’adattabilità e dal caso. Ovviamente l’ultima puntata è quella che tutti detestano da sempre, ed è strano visto che senso la scomparsa dei Dinosauri ha permesso ai mammiferi e a noi di subentrare. Il risultato da primo posto in classifica tra le serie tv Netflix era ampiamente prevedibile, non solo per il nome di Steven Spielberg, ma perché niente ci affascina come i Dinosauri da due secoli. Sono la negazione totale all’antropomorfismo con cui decliniamo il creato in continuazione, mettendo a soqquadro misure, dimensioni, il nostro definire gli elefanti dei titani quando paragonati a certi sauropodi paiono dei gattini domestici. Per questo, soprattutto per questo, The Dinosaurs ci fa tornare bambini, perché solo loro sanno farci sentire piccoli-piccoli.



