Tito Stagno, la voce che ha raccontato l’allunaggio: “Andare sulla Luna in quelle condizioni fu una follia”


Dalla querelle con Ruggero Orlando ai complottisti di von Braun: intervista all’uomo che, il 20 luglio 1969, commentò la missione Apollo 11 in 30 ore di diretta nazionale

Al termine della tredicesima rivoluzione, il Lunar Excursion Module, ben più noto come Lem, si separa dall’astronave madre. Come fosse al rallentatore, il ragno metallico galleggia nello spazio per iniziare la discesa verso la superficie lunare. Comincia la parte più pericolosa di tutto il viaggio dell’Apollo 11, comprensiva del point of no return, il momento decisivo, quello in cui o la va, o la spacca. A Roma sono le 19:47. Nello studio 3 di via Teulada, la trasmissione Rai è partita da qualche minuto: “… e ora la parola a Stagno per il collegamento” . Solo in quell’istante la spia rossa sulla 5 indica a lui, all’uomo che il comandante dell’Apollo 8, Frank Borman, ha già ribattezzato “Mr. Moonlight”, l’inizio delle trenta ore di diretta con un altro mondo: Tito Stagno, entrato in tv nel 1954 con Furio Colombo, Gianni Vattimo e Umberto Eco, sta arrivando sulla Luna.

“Ha toccato, ha toccato il suolo lunare!” urla poco dopo le 22 e 16 minuti, scatenando gli applausi in studio e più di una lacrima fra i milioni di occhi che lo guardano da casa, dai bar, ovunque sia possibile seguire le immagini televisive (la diretta registrò il 96% di share, un record). “No”, gli risponde una voce al di là dell’oceano, quella di Ruggero Orlando in collegamento da Houston: “non ha toccato”.

Ma come tutto quel che accade in quella notte fra il 20 e il 21 luglio 1969, anche il piccolo battibecco ha già inciso la storia. E non solo quella della televisione.

Per questo, a 50 anni esatti da allora, è doveroso riviverne le emozioni e i retroscena con lui, Tito Stagno: 89 anni compiuti lo scorso gennaio – “sono nato nel 1930, come Neil Armstrong, Buzz Aldrin e Michael Collins” –, fugace esperienza d’attore (nel 1943, in Marinai senza stelle di Francesco De Robertis), classe da giornalista vecchia scuola, di quelli che parlano solo se conoscono bene e quando non conoscono bene vanno sul posto a verificare, dizione capace di non tradire mai le origini cagliaritane, Stagno è e rimarrà per sempre la voce della Luna.

Insomma, l’Eagle aveva o non aveva toccato il suolo lunare ?

“Fu una banale incomprensione con l’amico Ruggero, beninteso, il miglior commentatore che abbia mai conosciuto. In realtà avevamo ragione tutti e due, ma ci fu un malinteso sui verbi: io dissi ‘ha toccato‘ e non ‘è atterrato‘, perché mi riferivo al momento in cui le antenne sotto le zampe del Lem saggiarono il suolo lunare per verificarne la pendenza, che per garantire alla Eagle di ripartire non doveva superare i 20 gradi. Poi ci fu un ritardo di 40 secondi nell’allunaggio, perché Armstrong dovette scansare un’area rocciosa per posare il Lem in una zona più sicura”.

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Neil Armstrong e Buzz Aldrin passeggiano sulla Luna accanto alla Eagle (foto: Nasa)

Il risultato fu che deste la notizia dell’avvenuto allunaggio dieci secondi dopo la comunicazione di Armstrong.

“Vero, ci perdemmo il momento esatto in cui il comandante dell’Apollo 11 disse: ‘Eagle has landed‘, l’Aquila è atterrata. A 50 anni di distanza posso dire che la mia frase, ‘ha toccato‘, fosse corretta e che Ruggero ritardò la sua? [sorride, ndr].

“Battute a parte, furono 40 secondi drammatici: Armstrong prese d’autorità i comandi della navicella [che spettavano in realtà al pilota, Aldrin] per cercare disperatamente una zona dove posarsi. Se avessero toccato la superficie una ventina di secondi dopo, non avrebbero avuto abbastanza propellente per ripartire e ricongiungersi con l’astronave di Collins. In quei momenti era possibile sentire Aldrin scandire il tempo rimasto; ci si immagini la tensione”.

Che cosa ascoltava con gli auricolari in studio?

“Il centro di Houston e le voci degli astronauti. Seguivo attimo per attimo quel che succedeva e non era complesso, perché conoscevo a memoria tutte le fasi della missione. In occasione di ogni lancio, la Nasa inviava ai giornalisti pacchi di materiale informativo, piani di volo compresi. Due anni prima, poi, ero stato negli Stati Uniti, ospite dell’agenzia spaziale presso le varie basi, da Cape Kennedy a Houston fino ad Hunstville, dove Wernher von Braun progettò il Saturn V”.

Un momento della storica diretta televisiva del 20 luglio 1969, preludio alle moderne maratone (foto: Archivio Rai)

Perché scelsero lei per commentare la diretta più importante della storia?

“Perché ne avevo tutti i meriti. Meriti che derivavano dall’avere affrontato l’argomento Spazio, sia pure casualmente, per primo. Vale a dire dal 1957, quando strappai dalla telescrivente il dispaccio d’agenzia che annunciava la messa in orbita, da parte dell’Unione sovietica, dello Sputnik, il primo satellite artificiale mai andato oltre l’atmosfera. Una cosa curiosa, almeno per me, perché Sputnik significa letteralmente ‘compagno di viaggio‘ e di certo accompagnò me.

“Ebbi la fortuna, non ricordo nemmeno dove, forse nello studio di un dentista, di aver letto una rivista scientifica in cui si parlava di tecnologia satellitare e astronautica. Quindi compresi subito l’importanza della notizia e intuii che in un domani piuttosto prossimo un essere vivente sarebbe andato nello Spazio. Per questo preparai un pezzo approfondito per il telegiornale della notte. Lo scrissi al volo, a tamburo battente, e quando i sovietici lanciarono in orbita la cagnetta Laika, circa un mese dopo, tornai sull’argomento e lasciai intendere quanto l’era spaziale fosse alle porte”.

Andò così.

“Non proprio: il lancio di Jurij Gagarin arrivò solo nel 1961, quattro anni dopo. Ma anche in quell’occasione mi occupai io della notizia: seguì la missione sovietica usando le immagini che arrivavano in Intervisione, quella che io considero il patto di Varsavia della tv, nel senso che erano i paesi dell’Est a scambiarsi le informazioni. Quelle immagini ci arrivavano in una qualità pessima, ma mostravano una folla immensa festeggiare a Mosca e poi qualche scena grigia, molto sfocata, di Gagarin nell’unica orbita completata attorno alla Terra. Ne ricavai una specie di cronaca in diretta, pochi minuti più tardi, durante il telegiornale. Da lì si susseguirono il lancio della prima cosmonauta, Valentina Tereshkova, che conobbi anni dopo, e poi, nel 1965, la missione di Aleksej Leonov, il primo essere umano a uscire dalla navicella e a galleggiare nel vuoto cosmico (per 12 minuti e nove secondi). Insomma, feci il mio mestiere, che è sempre stato quello del telecronista”.

Ha nominato von Braun, un personaggio controverso, ma che portò gli Stati Uniti sulla Luna. Lei lo incontrò…

“Controverso? Von Braun aveva militato nelle Ss naziste, diciamolo francamente. Fu lui che alla base di Peenemünde, con gli altri scienziati tedeschi, creò le V1 e le V2, cioè i primi missili guidati che si sarebbero abbattuti su Londra.

“Intuita la mala parata durante la guerra, decise di consegnarsi agli americani piuttosto che ai russi. Gli Stati Uniti capirono immediatamente chi avevano fra le mani e quando, all’inizio degli anni ’60, lui passò alla Nasa, gli affidarono lo sviluppo dei razzi che culminò con il progetto del Saturn V, un gigante – fidatevi, ci sono salito – il cui primo stadio bruciava tre tonnellate di carburante al secondo.

“Tornando a von Braun sì, lo incontrai due volte, la prima in modo ufficiale, nel 1966 in Alabama, quando viaggiai tre mesi negli Stati Uniti per studiare il progetto Apollo e per visitare tutti i centri e le basi spaziali da Huston fino a New Orleans. In quell’occasione parlammo del Saturn e del sistema che von Braun aveva ideato per sbarcare l’uomo sulla Luna.

“Il nostro secondo incontro fu a Roma, nel ’71, per una visita in Vaticano cui teneva moltissimo: andai a prenderlo all’aeroporto di Fiumicino con la mia Fiat 130, la prima automobile ad avere l’aria condizionata, e poi passammo in Rai, dove commentammo in diretta alcuni filmati spaziali. Devo ammettere che oltre a essere un progettista supremo era anche un cronista eccellente, capace di introdurre con un tempismo perfetto qualsiasi raccordo del servizio. La sera, con l’ingegner Luigi Broglio e tutti i dirigenti dell’Agenzia spaziale italiana, cenammo a Trastevere – von Braun amava mangiare e bere, anzi, mangiava e beveva come non l’avesse mai fatto prima. Ricordo che andammo da Ciceruacchio, perché il nome del ristorante mi diede l’opportunità di fare all’ingegnere una piccola lezione di storia, una delle materie che amo di più. Fuori dal ristorante c’erano alcuni sciuscià, che si divertivano a far esplodere dei barattoli con il carburo. Li chiamò e disse loro che anche lui faceva qualcosa di simile per lavoro“.

Rocco Petrone e Wernher von Braun (foto: Nasa/MSFC)

Un uomo simpatico?

“Elegante e bello come un attore di Hollywood, anche a sessant’anni. Un’altra cosa ricordo molto bene di von Braun, l’uomo, come scrissi allora, che in due decenni si era convertito da genio al servizio del Male assoluto a luminoso arciere del nuovo sogno americano: fu lui a presentarmi Rocco Petrone, l’altro grande protagonista della cavalcata spaziale degli Stati Uniti. ‘La prima volta che vidi questo posto‘, mi disse Petrone quando lo incontrai a Cape Canaveral, in un inglese che manteneva una lontana reminiscenza di accento del Sud ‘c’erano solo paludi con zanzare e alligatori, e qualche carovana di zingari‘. In pochi anni era riuscito a mettere su la più grande base di lancio e il più avanzato centro di addestramento spaziale del pianeta, coordinando il lavoro di migliaia di persone e centinaia di piccole e grandi imprese d’appalto. Erano uomini così, come von Braun e Petrone, a incarnare lo spirito di Apollo”.

Lo spirito di Apollo? Lungi da un sogno romantico, era anche il frutto di un’aspra competizione ideologica, politica e militare fra Stati Uniti e Unione sovietica.

“Senza dubbio: i due giganti usciti vittoriosi dalla seconda guerra mondiale avevano iniziato presto a guardarsi in cagnesco. La guerra fredda aveva minacciato di diventare incandescente quando i russi decisero di installare una base missilistica a Cuba, a due passi dalla Florida. Fu il momento in cui sfiorammo più da vicino un conflitto globale che avrebbe potuto essere il più catastrofico della storia. Per fortuna i contrasti vennero risolti pacificamente: John Fitzgerald Kennedy e Nikita Chruščëv trovarono un accordo capace di salvare la faccia a entrambi. Da lì in poi, però, la guerra fredda si trasformò in qualcosa di diverso: una corsa al prestigio, per dimostrare la propria superiorità sociale, tecnologica e scientifica, una corsa lunga sette anni che vide i sovietici in grande vantaggio fino a che due uomini ribaltarono la situazione a favore degli americani. Erano, appunto, von Braun e Petrone”.

Conobbe anche gli astronauti dell’Apollo 11?

“Sì, ma dopo la loro impresa, quando vennero in Italia alla fine del ‘69. Andarono in visita dal papa e poi al Quirinale, dove ci incontrammo. Ci fu un ricevimento in loro onore e chiacchierai di cosa avessi fatto, di come avessi raccontato la loro avventura.

“Con gli anni, sono diventato molto amico di Aldrin. Ho anche trascorso una vacanza con lui e sua moglie in Abruzzo e in quell’occasione mi ha regalato un filmato di nove minuti montato e commentato da lui con tutti i momenti più significativi del programma Apollo”.

Tito Stagno con Ruggero Orlando e Neil Armstrong

In Quel giorno sulla Luna, Oriana Fallaci descrive Armstrong e Aldrin come due persone poco colte – al di là della grande competenza tecnica – e molto antipatiche. Che cosa ne pensa?

“Antipatici non direi; erano uomini di ghiaccio entrambi. Io ho l’unica fotografia in cui Armstrong sorride; Collins è triste, come al solito, e Aldrin sull’attenti. Se mi si chiedesse di scegliere, direi che il più simpatico di tutti era ed è Buzz, che dopo l’impresa ha anche avuto qualche guaio fra depressione e alcolismo. Ne è uscito molto bene e ci ha pure scritto un libro. Oggi ha 89 anni e pare voglia divorziare dalla terza moglie. Buzz, che cosa ti viene in mente alla tua età? [ride]. Insomma, la tempra del personaggio mi sembra evidente”.

Qual è il ricordo più vivido di quella notte trascorsa in diretta?

“Ricordo perfettamente quando, un minuto prima del distacco verso l’orbita lunare, mi dissero che non avrei avuto le immagini, perché il computer dell’Apollo era sovraccarico. Sia chiaro: i computer di bordo e tutti quelli alla Nasa avevano una potenza di calcolo complessiva che oggi ha un qualsiasi telefonino. A pensarci col senno di poi, andare nello Spazio e sulla Luna in quelle condizioni fu una follia. Ma cosa dovevo fare in quel momento? Ancora una volta, il cronista: raccontai per 12 minuti senza un’immagine quello che succedeva, interpretando le comunicazioni fra Houston e la Eagle.

“Al contrario di quanto si possa pensare, però, fu una trasmissione tranquilla, molto più facile di tante altre, perché tutto andò secondo i piani di volo”.

Il momento esatto in cui Neil Armstrong scese la scaletta del Lem (foto: Nasa)

Torneremo sulla Luna?

“Senza dubbio; lo faremo perché la Luna è un trampolino verso altre destinazioni, perché ci siamo già stati e, tutto sommato, è abbastanza facile raggiungerla. Questa volta, però, sarà necessario costruirci abitazioni e serre, in modo da poter avere qualcosa di fresco da mangiare. Sono peraltro convinto che ci andranno per primi i cinesi, perché stanno facendo le cose sul serio e sono già molto attivi sul nostro satellite naturale. Può darsi la raggiungano presto anche i privati; la space economy ha dato un grosso impulso a tutte le attività e agli interessi oltre la nostra atmosfera”.

E per quanto riguarda Marte?

“Non sono ottimista. È un viaggio lungo ed è difficile immaginare quale tipo di veicolo e di carburante possa portare un equipaggio (e che equipaggio?) a milioni di chilometri di distanza. Credo se ne parlerà seriamente solo tra qualche decina d’anni”.

Oggi, a mezzo secolo dal primo allunaggio e nonostante la miriade di prove, perché c’è chi lo mette in dubbio?

“Perché manca una sincera voglia di ricerca. C’è molta banalità in quello che facciamo, nel poco che leggiamo, e questo determina non si ami molto la scienza. In più si è affievolito lo spirito di frontiera, di conquista, tanto da sembrarmi dimenticato. Quella trasmissione della Rai fu un fiore all’occhiello in Europa, nemmeno in America organizzarono trenta ore di diretta. Il gradimento toccò il 96%; mi piace pensare che i complottisti siano in quel 4% a cui la trasmissione non piacque. Ricordo un’altra cosa: quando lo incontrai a Roma, von Braun a un certo punto mi disse: ‘Tito, vedrai che un giorno, magari per farsi pubblicità o per finire in televisione, qualcuno dirà che il mio lavoro, che tutto quello che abbiamo fatto, è una balla‘. Anche in questo caso, aveva ragione lui.

Con Piero Angela negli studi di “Porta a porta” (foto: Camilla Morandi/Ipa)

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