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Trainspotting compie trent’anni, il manifesto di un male di vivere diventato totem di un’intera generazione

di webmaster | Feb 23, 2026 | Tecnologia


C’è un prima e un dopo Trainspotting, ed è qualcosa che si può dire di pochi, pochissimi film. Quando uscì in sala per la prima volta, quel 23 febbraio del 1996, questa storia assurda, grottesca e disperatamente divertente di un gruppo di tossici diventò subito un simbolo di una gioventù perduta, non solamente scozzese. Trent’anni dopo nulla è cambiato, il dilemma esistenziale mostratoci da Danny Boyle non ha smesso di dominare i nostri pensieri.

Un viaggio senza sconti nella Scozia distrutta dalla droga

Scegliete la vita, scegliete un lavoro, scegliete una carriera, scegliete la famiglia. Siamo nel 2026 e bene o male quello che ci viene detto è ancora riassunto in questa frase, nelle parole con cui il Rent Boy di un allora sconosciuto Ewan McGregor ci aggrediva nei primi istanti di Trainspotting di David Boyle. Era il 23 febbraio del 1996 quando quel film, tratto da un racconto di Irvine Welsh, bucava (letteralmente) il grande schermo e diventava un oggetto di culto transgenerazionale, ad un tempo semanticamente specifico e contemporaneamente incredibilmente universale. Il mondo è cambiato tantissimo, il mondo è rimasto uguale da allora, da quando il produttore Andrew Macdonald lesse per caso durante durante un volo il libro di Welsh, nel 1993, e convinse Boyle e lo sceneggiatore John Hodge che loro e solo loro potevano tradurlo in immagini e che valeva davvero la pena farlo.

Il resto, come si suol dire, è storia, la storia di un film che raccolse dentro di sé le inquietudini della Generazione X, che si chiedeva che fare della propria vita. Il film di Boyle ha saputo superare la prova del tempo, della storia, il descrivere la gioventù disastrata scozzese, diventare una bibbia per chi si sente assediato dalla società capitalistica. Oppure è solo un’illusione? La Scozia che Trainspotting ci mostra in quegli anni è nel pieno di una crisi economica, politica e culturale terrificante. Le conseguenze delle politiche inique e folli di Margaret Thatcher, hanno lasciato uno strascico di povertà, disoccupazione e mancanza di prospettive che hanno fatto finire un’intera generazione con una siringa infilata nel braccio. Ma mentre il paese cerca di riprendersi senza sapere come, mentre il movimento indipendentista e il laburismo conoscono un’impennata assoluta, noi ci ritroviamo a seguire una partita di calcetto assurda.

Rosebush Pruning

Eccessivo, pruriginoso, kitsch, il film-scandalo dal cast stellare con Pamela Anderson, Elle Fanning, Jamie Bell e Callum Turner è solo sulla carta ispirato a I pugni in tasca, di fatto è molto più simile a Saltburn. Lo abbiamo visto in anteprima alla Berlinale

Oltre a Rent Boy facciamo la conoscenza di Sick Boy (Johnny Lee Miller), Spud (Ewen Bremner), Begbie (Robert Carlyle), Tommy (Kevin McKidd), si aggirano dentro quella cloaca a cielo aperto, tra droga, criminalità, degrado, vomito, diarrea, guidati da una delle colonne sonore più leggendarie della storia del cinema. Non è un particolare da poco, perché Trainspotting costruirà la sua identità connettendosi ad uno specifico corso del britpop, techno e rock d’Oltremanica, ad una scena underground nata dalle ceneri dell’oscurantismo culturale degli anni ‘80. L’arte, la musica, come colonna portante di una rinascita e ribellione, di cui “Born Slippy” e le opere di Banksy sono il duplice volto. Qualcuno lo definirà un film punk, rappresentativo di una certa volontà di staccarsi dall’omologazione, dalla normalizzazione. C’è molto di vero in questo, ma Trainspotting sarà soprattutto il manifesto di un male di vivere.

Non riguarda solo quello specifico momento per gli scozzesi, il film di Boyle ci parla infatti di un mondo completamente cambiato nel giro di poco tempo. Non ci sono più grandi ideali o grandi guerre, i vecchi partiti sono in agonia, il muro di Berlino è crollato, ma non c’è speranza, non c’è libertà, allora che cosa rimane? Forse rimane solamente l’eroina, staccarsi dalla realtà, crearsene una propria, non per finire ai margini della società, ma semplicemente attraversarla come se non esistesse. Il cast, il regista, i produttori, visitarono veri centri di recupero a Glasgow, ne raccolsero ogni insegnamento e ispirazione per dipingere quei personaggi, il loro ambiente, la loro quotidianità, il dramma della tossicodipendenza di allora. C’erano stati altri film in passato sul tema, ma Trainspotting fa qualcosa di diverso, ci mostra la droga dal punto di vista del tossicodipendente, del perché sia così irrinunciabile.

Meglio la libertà distruttiva o la normalità?

Dannny Boyle ci porta dentro famiglie disastrate, con una società assente, in un iter mai realista in senso stretto. La grande intuizione del regista è stata renderlo invece un viaggio dove fantasia, verità e illusione vanno di pari passo, creano una metafora immaginifica in cui Rent Boy è la nostra guida. Solo così Trainspotting ci fa comprendere la loro impotenza e disperazione. Non hanno paura della morte, neanche di immergersi in un water cercando una dose, ma di diventare come gli “altri”. Rifiutano nel profondo di diventare schiavi di un lavoro che si odia per comprare oggetti che non servono e piacere a persone che detestiamo. Vi suona familiare? Sì, c’è un profondissimo legame tra Trainspotting di Danny Boyle e Fight Club di David Fincher, entrambi ci descrivono la mascolinità in crisi, l’incapacità di trovare dei punti di riferimento che vadano oltre la performance, il possesso materiale come placebo.



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Scritto da Flavio Perrone, consulente informatico e appassionato di tecnologia e lifestyle. Con una carriera che abbraccia più di tre decenni, Flavio offre una prospettiva unica e informata su come la tecnologia può migliorare la nostra vita quotidiana.

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