Tre noti attivisti per la democrazia di Hong Kong sono stati arrestati (e poi rilasciati)


Si tratta di Andy Chan del Partito nazionale che sostiene l’indipendenza del territorio autonomo dalla Cina, Joshua Wong e Agnes Chow, leader della protesta degli ombrelli del 2014. Wong e Chow sono poi stati rilasciati su cauzione

Joshua Wong, classe 1996, è uno dei tre attivisti arrestati. Ha guidato la Rivoluzione degli ombrelli e co-fondato un partito che si batte per l’autodeterminazione di Hong Kong (foto: Vernon Yuen/NurPhoto via Getty Images)

Le ultime notizie che arrivano da Hong Kong, dove da tre mesi vanno avanti manifestazioni di piazza contro il governo locale e Pechino, segnalano che la situazione potrebbe presto degenerare. Alcune ore fa, tre giovani ed importanti attivisti che si sono più volte espressi a favore della democrazia e di una minore interferenza della Cina negli affari del territorio autonomo, sono stati arrestati.

Si tratta di Andy Chan, leader del Partito nazionale che si batte per l’indipendenza di Hong Kong, di Joshua Wong e Agnes Chow. Questi ultimi due sono noti per aver organizzato la Rivoluzione degli ombrelli nel 2014, il movimento di protesta così chiamato per via degli ombrelli che gli studenti utilizzavano per ripararsi dai lacrimogeni e dalla cariche della polizia. Nel 2016, hanno anche fondato un partito, Demosisto che ha nel suo programma una maggiore democrazia e l’autodeterminazione di Hong Kong.

Wong e Chow sono stati successivamente rilasciati. A dare la notizia è stato l’account Twitter di Demosisto.

Gli arresti

L’arresto dei tre attivisti arriva alla vigilia di un’importante manifestazione in programma nella città domani, 31 agosto, per commemorare il quinto anniversario della Riforma del sistema elettorale.

Ieri, 29 agosto, era stato pubblicato un video in cui si vedevano alcuni veicoli corazzati e una nave militare entrare ad Hong Kong. L’agenzia di stampa gestita dal governo Xinhua, aveva detto che si trattava di una normale operazione di routine ma diversi osservatori avevano interpretato la diffusione delle immagini come un possibile segnale che la Cina si stesse preparando ad intervenire militarmente.

Chan, che è del 1990, è stato arrestato mentre stava per andare in Giappone mentre Wong, che ha 22 anni, sarebbe stato spinto dentro un’auto privata nei pressi di una stazione metropolitana e portato nella sede centrale della polizia a Hong Kong. Chow, classe 1996, sarebbe stata invece prelevata a casa sua. Per i leader della Rivoluzione degli ombrelli, l’accusa è quella di aver incoraggiato le proteste e aver partecipato ad una manifestazione contro la polizia lo scorso 21 giugno. Wong deve anche rispondere della presunta organizzazione di una manifestazione non autorizzata. Chan è sospettato di aver attaccato alcuni agenti.

Non è la prima volta che gli attivisti finiscono in galera. Wong ha appena finito di scontare una condanna detentiva per oltraggio alla corte.

Chan, Wong e Chow non hanno un ruolo centrale nelle proteste di questi ultimi mesi, pur avendovi partecipato. Sono però figure di spicco nella città poiché sono considerati i simboli della lotta per una maggiore autodeterminazione di Hong Kong. Chan, in particolare, è a capo di un partito che ne chiede l’indipendenza.

Secondo Kenneth Chan, professore dell’Università di Hong Kong, gli arresti hanno a che fare con “un nuovo giro di repressone contro il movimento”. Così facendo, le autorità locali sperano di intimidire anche gli altri manifestanti.

Il controllo di Pechino su Hong Kong

L’agenzia di stampa Reuters scrive, citando alcune fonti anonime, che il 16 giugno scorso la governatrice di Hong Kong Carrie Lam presentò a Pechino una lista di richieste da parte dei manifestanti e suggerì di ritirare in maniera definitiva una legge sull’estradizione.

Il provvedimento, che avrebbe permesso di perseguire penalmente chi era sospettato di un reato grave in alcuni paesi, compresa la Cina, era il motivo per cui le persone avevano iniziato a scendere in piazza. Secondo i detrattori della legge, in questo modo Pechino avrebbe infatti potuto punire anche i dissidenti e chi si era espresso in maniera critica nei suoi confronti. Non solo. I sospettati avrebbero potuto essere condannati a pene molto più severe rispetto a quelle normalmente applicate ad Hong Kong, come la pena di morte.

Stando a quanto riporta Reuters, la Cina rifiutò però ogni richiesta e ordinò a Lam di non fare alcuna concessione ai manifestanti. Lam non aveva mai mostrato pubblicamente di aver dato alcun peso alle richieste dei suoi cittadini che sono essenzialmente cinque: il ritiro della legge sull’estradizione, il rilascio delle persone che sono state arrestate, un’inchiesta indipendente sulle azioni della polizia, le dimissioni di Lam e l’introduzione di un vero suffragio universale. I cittadini pretendono anche che le autorità smettano di usare la parola “sommosse” in riferimento alle manifestazioni.

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