Non si tratterebbe solo di dichiarazioni politiche. Secondo diversi media danesi, figure americane vicine a Trump avrebbero condotto operazioni di influenza che “ricordano le tattiche russe in Europa orientale”. Una combinazione di campagne online e contatti diretti con attori locali.
In questo contesto, il partito Naleraq e altre forze indipendentiste sono stati considerati interlocutori dai diplomatici statunitensi. La cosa ha generato tensioni interne e accuse di interferenza politica. Alle elezioni parlamentari del marzo 2025, Naleraq ha ottenuto circa il 24,5% dei voti, diventando la seconda forza politica dietro ai Demokraatit, che hanno raggiunto il 29,9%. Il risultato ha rafforzato in modo significativo il fronte favorevole all’indipendenza.
Attualmente, però, Naleraq non fa parte della coalizione di governo. I Demokraatit guidano un’alleanza che esclude i nazionalisti più radicali. Il tema dell’indipendenza resta comunque centrale nel dibattito politico groenlandese.
L’ipotesi di una partnership strategica
Accanto al sostegno alle spinte indipendentiste, Washington potrebbe puntare su una partnership strategica diretta con Nuuk. L’ipotesi di un’annessione vera e propria incontra infatti una netta opposizione popolare: un sondaggio condotto all’inizio dello scorso anno mostrava che l’85% dei groenlandesi non vuole diventare uno stato federale sotto il controllo di Washington. Politico descrive quindi una strada più realistica, ispirata ai Compact of Free Association (Cofa). Si tratta di accordi già in vigore con Micronesia, Isole Marshall e Palau, che garantiscono protezione e servizi statunitensi in cambio di ampia libertà operativa per le forze armate americane.
Il terzo passaggio riguarda gli alleati europei, in particolare la Danimarca e la Nato. Un’azione unilaterale statunitense sarebbe difficile da accettare. Washington potrebbe però giocare la carta della sicurezza, offrendo garanzie più solide all’Europa — ad esempio sul sostegno all’Ucraina — in cambio di un ruolo più ampio negli affari groenlandesi. Una prospettiva che potrebbe indurre Bruxelles e Copenaghen a non ostacolare la strategia americana.
Intanto, il capitolo Groenlandia è sbarcato anche al vertice della Coalizione dei volenterosi per il sostegno all’Ucraina tenutosi a Parigi il 6 gennaio, dove oltre alle strategie per Kiev, i leader europei hanno parlato della sicurezza nell’Artico. Dai tavoli delle cancellerie europee, per ora, è arrivata solo una dichiarazione congiunta in cui Francia, Germania, Regno Unito, Italia, Spagna, Polonia e Danimarca hanno ribadito che “la Groenlandia appartiene al suo popolo” e che solo Copenaghen e Nuuk devono decidere del suo futuro. Posizione che, secondo alcune letture, servirebbe più a evitare ripercussioni sul sostegno militare all’Ucraina e che comunque non ha specificato le possibili reazioni concrete qualora gli Stati Uniti dovessero passare dalle parole ai fatti.
L’ombra di un’azione militare
Se tutte le strade diplomatiche e negoziali dovessero fallire, alcuni esperti militari ipotizzano il ricorso a un intervento diretto. Attualmente gli Stati Uniti dispongono di circa 500 ufficiali nella base di Pituffik, 100 soldati stagionali della Guardia nazionale e una decina di diplomatici a Nuuk. La capacità operativa sul territorio è quindi significativa. La difesa locale, limitata a poche navi, elicotteri e un aereo di pattuglia marittima, non sarebbe in grado di opporre una resistenza concreta.


