Tutti gli uomini del presidente dopo 50 anni più che stupore, suscita nostalgia. Nostalgia per un tempo in cui il giornalismo era davvero importante, libero dalle grinfie del potere, cane da guardia della democrazia. Il capolavoro di Alan J. Pakula sul caso Watergate anche per questo rimane un titolo necessario, fondamentale, uno di quelli da rivedere almeno una volta all’anno.
La notte che cambiò per sempre la storia americana
Tutti gli uomini del presidente esce quel 9 aprile del 1976 sull’onda delle dimissioni di Nixon di due anni prima e del successo del libro pubblicato da loro due: Carl Bernstein e Bob Woodward. Dalle pagine del Washington Post per più di due anni avevano inseguito fantasmi, nomi, date, unito i fili di una macchinazione, un complotto che avrebbe scosso fin nelle fondamenta la società e la politica americane. E dire che nessuno poteva immaginarlo quando la sera del 17 giugno 1972 Frank Willis, guardiano notturno del complesso Watergate, notò segni di scasso e chiamò la polizia. Quel palazzo era la sede del comitato del Partito Democratico, e dentro furono colti in flagrante cinque uomini. Arrestati, furono scoperti in possesso di avanzati strumenti per intercettazioni e uno di essi risultò essere un ex agente della CIA. Bastò questo al giornalista Bob Woodward per capire che qualcosa non andava, che quello non era un caso minore come tanti. Tutti gli uomini del presidente nacque grazie a Robert Redford, reduce da Il Candidato e da Come eravamo.
Robert Redford aveva seguito approfonditamente come ogni americano lo scandalo, fu lui a parlare ai due cronisti e ad acquisire i diritti del libro. La produzione fu difficile, soprattutto a causa del narcisismo di Bernstein, che complicò non poco il lavoro allo sceneggiatore William Goldman. Fu il regista Alan J. Pakula infine a mettere insieme i pezzi assieme a Redford. A pensarci oggi, dopo mezzo secolo, appare incredibile che il risultato finale sia stato ciò che tutti oggi riconoscono: un capolavoro che avrebbe fatto la storia del cinema americano. Al centro, loro due: Robert Redford e Dustin Hoffman, entrambi al top della forma e della fama. I loro Woodward e Bernstein fin da subito sono al centro di un iter che Pakula depura di ogni possibile retorica, scegliendo un’angolazione semi-documentaristica più europea per stile e concezione che americana. Bob e Carl all’interno della redazione del Washington Post sono gli unici all’inizio a credere che valga la pena approfondire quello strano tentativo di effrazione. Il loro Editore, Ben Bradlee (Jason Robards) gli dà corda, anche se non crede che ne verrà fuori chissà cosa.
Quell’inchiesta giornalistica sarà invece l’inizio di una labirintica odissea dentro il volto più oscuro, amorale e omertoso del potere, quel potere repubblicano che aveva in “Dick the Trick” il proprio totem e Cesare. L’America di quegli anni sta pregando per una fine della Guerra in Vietnam, ha creduto alle promesse di Nixon su una “pace onorevole”, sulla fine di quell’incubo. Nixon ha preso la Casa Bianca, che gli era sfuggita contro JFK anni prima e che pareva ormai un capitolo chiuso. Ha vinto (per un pelo) contro Humphrey e si prepara quattro anni dopo a superare agevolmente McGovern. Il paese crede in lui, crede nel tono rassicurante con cui si è appellato alla “Grande Maggioranza Silenziosa”, all’americano medio promettendogli tranquillità, la fine della conflittualità sociale, della crisi economica. Ma dietro il tono moderato, Nixon coltiva una visione eversiva, fascista e tirannica del potere. Tutti gli uomini del presidente il suo nome non lo fa mai apertamente, ma per 138 minuti ci porta a seguire le briciole lasciate sul terreno dai cospiratori, delineando un perimetro che ha proprio lo studio ovale al centro di tutto.
Pakula sa come catturare la nostra attenzione, sa come rapirci, come farci innamorare di due personaggi, due giornalisti, di cui in realtà non sapremo nulla a livello di vita privata, sentimenti od emozioni. Sono due segugi, due cacciatori di verità e notizie, ma contro hanno un sistema intero, hanno CIA, FBI, che mettono i bastoni tra le ruote. Poi la svolta, che passerà alla storia con il nomignolo di “Gola Profonda”, quando in realtà altri non era che Mark Felt, ex Vicedirettore dell’FBI, messo in disparte dall’amministrazione Nixon e i suoi scherani nel 1973. Sarà Felt a donare informazioni fondamentali a Woodward e quelle sequenze diventeranno un simbolo dell’essenza stessa del film. I due da lui hanno una serie di rivelazioni che paiono enigmi, giochi di strategia, ma c’è una sola, grande verità che appare chiara: seguire i soldi. Ed i soldi infine li portano dentro il Comitato repubblicano per la rielezione di Richard Nixon, il cosiddetto CREEP, che si rivelerà una organizzazione segreta creata per corrompere, comprare, spiare illegalmente, diffamare gli avversari politici, con l’appoggio dei vertici della CIA ed FBI.



