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Uccelli migratori, come la crisi climatica sta ridisegnando le loro rotte (e le loro abitudini)

di webmaster | Gen 10, 2026 | Tecnologia


Sette mila chilometri di deviazione. È quanto può arrivare a percorrere in più la berta maggiore atlantica per trovare acque abbastanza fredde e ricche di cibo. Un’eccezione? No, la nuova normalità per milioni di uccelli migratori che il riscaldamento globale sta costringendo a riscrivere rotte millenarie.

Dai piccoli volatili artici, agli uccelli marini del Pacifico fino ai passeriformi europei, ogni anno milioni di specie sono costrette a tracciare nuovi percorsi per trovare ciò di cui hanno bisogno per sopravvivere e riprodursi. Per quelle che seguono calendari biologici precisi da millenni, la crisi climatica è disorientante: temperature più alte, eventi estremi più intensi, cibo sempre più scarso cambiano il panorama dei luoghi che sono abituati a frequentare. Le sfide sono spesso simili, ma ciascuna specie le affronta a modo proprio. C’è chi sfoggia una plasticità sorprendente, adattando rotte e tempi in pochi anni. C’è chi fatica ad abbandonare abitudini secolari, rischiando il collasso. Una cosa è certa: la crisi climatica sta facendo selezione naturale degli uccelli migratori e volare alto non basta. Serve flessibilità.

Il derby atlantico: flessibilità contro rigidità

Il primo esempio di come lo stile migratorio possa fare la differenza in tempi di crisi climatica riguarda la berta maggiore atlantica (Calonectris borealis) e la berta maggiore (Calonectris diomedea). Entrambe appartengono alla famiglia dei Procellariidae (uccelli marini longevi che vivono fino a 40 anni), depongono un uovo all’anno e nidificano su isole rocciose del Mediterraneo o dell’Atlantico orientale. Finora hanno migrato migliaia di chilometri verso sud, quasi in automatico, per raggiungere zone di ricche di alimenti nell’Atlantico meridionale e sfamarsi.

Da un paio di decenni, però, quest’area non è più in grado di soddisfare i loro bisogni. Le alte temperature stanno riducendo la presenza di vita marina e, di conseguenza, di sostentamento per le due berte. Per sopravvivere, già nel 2010 entrambe le specie hanno provato a cercare cibo più lontano e a ritardare le partenze autunnali e i ritorni primaverili, anche sfidando tempeste atlantiche sempre più intense che ne hanno aumentato la mortalità durante la migrazione.

In questo comune tentativo di trovare nuove strade, le strategie migratorie di ciascuna specie fanno la differenza. La berta maggiore atlantica continua ogni anno a svernare al largo della Namibia ma il 36% cambia destinazione compiendo deviazioni anche di 7.000 chilometri per trovare acque più fredde e produttive. La berta maggiore non mostra la stessa elasticità, continua a seguire più rigidamente le rotte classiche anche se non più valide come un tempo. Questo la rende più fragile e più vulnerabile anche a fenomeni come La Niña e gli uragani atlantici sempre più intensi.

Il derby artico: la resilienza delle ondate multiple

Nell’area artica, si gioca un altro simile derby e anche in questo caso a vincere è la specie più flessibile. I protagonisti questa volta sono due piccoli uccelli costieri come il piovanello comune (Calidris ferruginea) e il gambecchio collorosso (Calidris ruficollis). Entrambi sono migratori a lungo raggio che percorrono 15.000-30.000 chilometri annui tra la tundra artica e i quartieri di svernamento in Africa subsahariana o Australia. Grazie a uno studio condotto su 13 anni di dati è stato però scoperto che i loro specifici modelli migratori stanno determinando una diversa capacità di resistere agli shock climatici. Con El Niño, per esempio, la produttività delle zone umide cala ed entrambe le specie ritardano le partenze dall’Artico di 5-10 giorni per accumulare riserve di grasso. A fare la differenza è l’organizzazione della migrazione.

Il piovanello si sposta in un’unica ondata sincronizzata dall’Artico all’Africa meridionale, con tappe fisse allineate ai picchi stagionali di cibo. Questa strategia lo rende particolarmente vulnerabile alle variazioni climatiche impreviste che finiscono per scombinare i suoi piani e lasciarlo senza riserve di cibo sufficiente. Il risultato è un calo della sopravvivenza al 70-75%. Il gambecchio ha invece sviluppato una strategia vincente. Migrando in ondate multiple separate dall’Artico all’Australia via Asia, adattando le tappe di 300-600 chilometri in base alle condizioni locali, questo uccello riesce a mantenere riserve energetiche e una sopravvivenza stabile all’80-85%. Le ondate distribuite assorbono gli shock climatici, evitando collassi sincronizzati.

Oche disperse in Russia, balie nere senza bruchi

Per sopravvivere, migrare non basta più, il “pilota automatico”, nemmeno. Tra i fattori di cui tener conto ce ne sono oltre di poco intuitivi che rischiano di prendere alla sprovvista anche specie che si preservano da millenni. Nel caso dell’oca zamperose (Anser brachyrhynchus), per esempio, il riscaldamento artico sembrava aver creato nuove rotte migratorie, ampliando le opportunità di viaggio. Alcuni segmenti di popolazione sono riusciti perfino a colonizzare una regione russa a circa 1.000 chilometri a est delle tradizionali aree riproduttive nelle Svalbard norvegesi.



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Scritto da Flavio Perrone, consulente informatico e appassionato di tecnologia e lifestyle. Con una carriera che abbraccia più di tre decenni, Flavio offre una prospettiva unica e informata su come la tecnologia può migliorare la nostra vita quotidiana.

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