Il 26 gennaio del 1926, nasceva la televisione. Per essere più precisi, in un modesto laboratorio in una soffitta al numero 22 di Frith Street, nel quartiere londinese di Soho, l’ingegnere scozzese John Logie Baird realizzò quella che oggi è riconosciuta come la prima vera dimostrazione mondiale di un sistema televisivo funzionante. Davanti a una platea composta da circa cinquanta scienziati della Royal Institution e da un giornalista del Times, Baird mostrò un apparecchio capace di trasmettere immagini in movimento – un sogno inseguito da scienziati e inventori per decenni. Sebbene piccole, tremolanti e sfocate, le immagini di quell’esperimento furono la prova inequivocabile che era possibile catturare e riprodurre i dettagli del movimento e anche le espressioni del volto umano attraverso un segnale elettrico. Il “Televisor”, così come fu battezzato da Baird, era riuscito a scomporre la luce riflessa da un soggetto, trasformarla in elettricità e ricomporla a distanza.
Televisione, un’invenzione collettiva
La televisione non fu tanto l’opera di un solo genio solitario. Già nel 1843, Alexander Bain aveva gettato le basi teoriche di tutto il sistema proponendo il concetto di scansione per il telegrafo. Bain aveva capito che, per trasmettere un’immagine complessa, non si poteva inviarla tutta insieme: bisognava “sezionarla” in piccole unità, inviarle una dopo l’altra e ricomporle all’arrivo. Un concetto alla base di ogni schermo che utilizziamo ancora oggi. Trent’anni dopo quella prima intuizione, nel 1873, Willoughby Smith scoprì quasi per caso la fotoconduttività del selenio, un fenomeno fisico che permette di convertire l’energia luminosa in corrente elettrica variabile. Ma mancava ancora un metodo pratico per “leggere” le immagini, riga dopo riga. La soluzione arrivò nel 1884 grazie a un giovane studente tedesco di nome Paul Gottlieb Nipkow, il quale brevettò un disco rotante con una serie di fori disposti a spirale. Nipkow non riuscì mai a costruire un apparato funzionante, ma il suo “rasterizzatore” divenne il nucleo della tecnologia di Baird. Infine (si fa per dire), l’invenzione della valvola triodo da parte di Lee De Forest nel 1907 fornì la capacità di amplificare i deboli segnali elettrici generati dalle fotocellule, rendendo così il progetto della televisione davvero realizzabile.
La prima trasmissione televisiva, un secolo fa
Quando John Logie Baird iniziò i suoi esperimenti nel 1923, le sue condizioni di lavoro erano ben lontane da quelle che ci si immagina per un moderno laboratorio di ricerca (lavorava spesso con materiali di recupero), e i primi tentativi di trasmissione furono frustranti: i volti umani presentavano un contrasto troppo basso per la sua primitiva apparecchiatura e la luce necessaria per ottenere l’effetto desiderato era così intensa da risultare insopportabile. Per questo motivo, Baird ricorse spesso a dei pupazzi da ventriloquo per i suoi test. Il più celebre fu “Stooky Bill“, che divenne la prima star del piccolo schermo. Solo quando la sensibilità del sistema migliorò, Baird provò a inquadrare il suo assistente, William Taynton, che ebbe così l’onore di essere il primo volto umano trasmesso dalla televisione, il 26 gennaio del 1926.
Dopo il primo successo pubblico, nel 1927 Baird trasmise un segnale televisivo su una distanza di oltre 700 chilometri, utilizzando i cavi telefonici tra Londra e Glasgow. L’anno successivo, la società da lui fondata (la Baird Television Development Company) realizzò la prima trasmissione transatlantica, da Londra a New York, e anche verso una nave in mezzo all’oceano Atlantico. Non si limitò però alla sola trasmissione in bianco e nero: Baird sperimentò la televisione a colori, quella in tre dimensioni e persino un sistema di registrazione chiamato Phonovision. Quest’ultimo permetteva di incidere il segnale video (ma non audio) su dischi simili a quelli dei grammofoni, rendendo Baird una sorta di pioniere dell’home video.
Come funziona(va) la televisione elettromeccanica
Ma come faceva, in concreto, il Televisor a mostrare la vita su schermo? Il funzionamento della televisione elettromeccanica si basa sul disco di Nipkow. A livello dell’apparecchio trasmettitore, in uno studio buio un raggio di luce molto intenso veniva proiettato attraverso i fori del disco su un soggetto (per esempio un volto) che si trovava davanti alla macchina. Mentre il disco ruotava, i fori disposti a spirale facevano sì che un singolo punto di luce esplorasse rapidamente il soggetto riga per riga, in una sequenza chiamata raster. La luce riflessa dal soggetto veniva catturata da una o più cellule fotoelettriche al selenio che producevano un segnale elettrico, la cui intensità variava in base alla luminosità del punto scansionato. Dall’altra parte, nel ricevitore, il segnale elettrico arrivava a una lampada al neon (che ha la caratteristica di poter cambiare intensità della luce molto velocemente) posizionata dietro un secondo disco di Nipkow, identico al primo e che ruotava alla stessa velocità, perfettamente sincronizzato. Mentre il disco girava, la lampada al neon variava la sua brillantezza in sincronia con il segnale ricevuto, proiettando minuscoli punti di luce su uno schermo smerigliato. E qui entra in gioco il funzionamento dell’occhio umano: per il fenomeno della persistenza della visione, non si distinguono i singoli punti che sfrecciano sullo schermo, ma il cervello ricrea un’immagine completa, dando l’illusione di solidità ed eventualmente di movimento.
La fine dell’elettromeccanica e l’avvento dell’elettronica
Nonostante il suo fascino, la televisione elettromeccanica aveva molti limiti. La risoluzione della visione, per esempio, dipendeva dalla velocità e dalle dimensioni del disco. Il sistema di Baird del 1926 utilizzava solo 30 linee di scansione, un numero appena sufficiente per distinguere un volto, e le immagini erano minuscole e poco luminose, spesso osservabili solo attraverso grandi lenti d’ingrandimento. Per ottenere un’immagine davvero nitida, paragonabile a quella portata solo pochi anni dopo dalla tecnologia elettronica, i dischi avrebbero dovuto avere dimensioni molto maggiori (fino ad alcuni metri di diametro) e ruotare molto più velocemente – una prospettiva poco gestibile e anche rischiosa. E infatti la televisione elettronica, quella a tubo catodico emersa nei laboratori di pionieri come Philo Farnsworth e Vladimir Zworykin, non ci mise molto a prendersi la scena. In questo sistema, non c’erano dischi pesanti da far girare, ma fasci di elettroni che venivano guidati da campi elettromagnetici a velocità molto superiori a qualsiasi motore meccanico. L’inferiorità della televisione elettromeccanica fu palese nel 1935, quando la Bbc indisse una sfida diretta per stabilire quale sistema dovesse diventare lo standard nazionale britannico. Da una parte c’era l’ultima e più avanzata evoluzione del sistema meccanico di Baird a 240 linee, dall’altra il sistema completamente elettronico della Marconi-Emi a 405 linee. Nonostante l’ingegno di Baird, che era riuscito a migliorare moltissimo la sua invenzione e anche a creare ricevitori capaci di proiettare immagini su grandi schermi, la luminosità, la stabilità, la definizione e anche la praticità del sistema elettronico risultarono superiori sotto ogni aspetto. Nel 1937, quindi, la Bbc abbandonò le apparecchiature di Baird che aveva utilizzato fin dal 1929, adottando definitivamente lo standard elettronico. In breve tempo, anche il resto del mondo ne seguì l’esempio.


