Il rilascio del materiale radioattivo
Nel 2019, utilizzando un veicolo sottomarino a controllo remoto (ROV), i ricercatori sono riusciti a prelevare campioni d’acqua, di sedimenti e organismi viventi per quantificare la perdita del materiale radioattivo, la sua origine e i suoi effetti sull’ecosistema marino. Dalle analisi, il team ha scoperto che la perdita non è costante, ma si manifesta con improvvisi sbalzi, visibili con pennacchi, da punti specifici lungo lo scafo. I campioni prelevati da questi pennacchi hanno rilevato la presenza di isotopi radioattivi e in particolare altri livelli di stronzio e cesio, che in prossimità del sottomarino erano “rispettivamente 400 mila e 800 mila volte superiori ai livelli tipici di questi radionuclidi nel Mare di Norvegia”, si legge nello studio.
Una minaccia da monitorare
Nonostante i nuovi dati, a pochi metri dal sottomarino la contaminazione del materiale radioattivo diminuisce drasticamente, suggerendo quindi che questi isotopi si dissipano rapidamente. “Nonostante le emissioni dal reattore si verifichino da oltre 30 anni”, scrivono i ricercatori, “ci sono poche prove di un accumulo di radionuclidi nell’ambiente circostante il sottomarino, poiché i radionuclidi rilasciati sembrano essere rapidamente diluiti nell’acqua di mare circostante”. Inoltre, i campioni di spugne, coralli e anemoni che vivono e crescono sul relitto mostrano livelli leggermente elevati di cesio radioattivo, ma nessun segno evidente di danni. Il relitto, come evidenziato dai ricercatori, rimane una minaccia che necessita di una sorveglianza continua. “È prevedibile che le emissioni dal reattore continuino, pertanto è necessario condurre ulteriori indagini per determinare i meccanismi alla base delle emissioni osservate, i processi di corrosione che si verificano all’interno del reattore e le implicazioni di questi per ulteriori emissioni e per il destino del materiale nucleare rimanente nel reattore”, concludono gli autori.


