Buenos Aires, Argentina – Un’America Latina divisa a metà. È questa la fotografia che emerge all’indomani dell’attacco degli Stati Uniti al Venezuela che il 3 gennaio ha portato alla cattura e all’incarcerazione del presidente venezuelano Nicolás Maduro, un’azione definita illegittima da diversi governi e giuristi internazionali. Da un lato ci sono i leader di sinistra, come il brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva e la messicana Claudia Sheinbaum, che hanno condannato l’operazione degli Usa, definendola una “violazione del diritto internazionale e della sovranità”. Dall’altro, invece, si schierano i presidenti di destra, l’argentino Javier Milei e il neoeletto presidente cileno José Antonio Kast (si insedierà a marzo), che hanno celebrato “la caduta del regime di un dittatore” e “l’avanzata della libertà”. Nel mezzo, ebbri di euforia e incredulità, ci sono i venezuelani. Divisi tra la speranza per un futuro migliore. E il timore che in patria possa scoppiare il caos.
Le reazioni dei venezuelani all’estero
I festeggiamenti in centro a Buenos Aires
Al pari dei festeggiamenti per una vittoria di campionato, la sera del 3 gennaio sotto l’obelisco di Plaza de la República, nel cuore di Buenos Aires, si è radunato un mare di persone. Secondo le stime sarebbero stati almeno seimila i venezuelani che hanno occupato pacificamente le vie del centro per celebrare la caduta del dittatore Nicolás Maduro. Una mobilitazione che, a differenza di altri cortei organizzati a Buenos Aires, non è stata ostacolata né repressa dalle forze dell’ordine, in contrasto con quanto si era visto la primavera scorsa durante le proteste dei pensionati contro il governo e i vitalizi troppo bassi, che erano state represse dalla polizia e si erano concluse con almeno venti feriti e un centinaio di arresti. Segno di una gestione dell’ordine pubblico che premia le manifestazioni allineate alla politica di Milei.
I festeggiamenti per la caduta di Maduro sono proseguiti anche il giorno dopo. Stesso luogo, stesso copione, seppur con numeri più contenuti. Nella piazza simbolo di Buenos Aires si sono radunate famiglie con bambini, anziani con la bandiera nazionale, ragazzi e ragazze con i ritratti dei prigionieri politici. “È un’emozione indescrivibile – ha raccontato a Wired René de Ramirez, che da nove anni vive a Buenos Aires –. Abbiamo fatto di tutto per poter uscire da questo regime percorrendo vie legali e democratiche, ma non ci siamo riusciti. Ora con l’intervento degli Stati Uniti è arrivata la svolta. Siamo però consapevoli che ci sarà ancora molta strada da fare, visto che i vertici del regime sono ancora lì. Speriamo quindi che si possa arrivare presto a una liberazione totale del paese, perché le nostre famiglie e i prigionieri politici stanno soffrendo”.
In Argentina sono più di 200mila i venezuelani scappati dal regime. L’instabilità economica e sociale, le persecuzioni e l’insicurezza alimentare hanno spinto nell’ultimo decennio quasi otto milioni di persone a cercare rifugio all’estero. L’85 per cento di loro è emigrato nei paesi dell’America Latina e dei Caraibi, configurando una delle più gravi crisi migratorie del Ventunesimo secolo.


