Donnie Darko a 25 anni di distanza dalla sua prima in una sala cinematografica, non ha perso nulla della sua iconicità, della sua capacità di rappresentare un momento spartiacque, il rinnegare i dettami cinematografici classici. Donnie, la sua Odissea allucinata e profetica, conigliesca, continuano a rappresentare la fine di un’epoca, l’inizio di un’altra e soprattutto il concetto di controcultura più universale.
Un film capace di rappresentare due epoche
Donnie Darko compie 25 anni, e se vi fa paura questa cifra, non vi preoccupate, significa semplicemente che siete normali come in fin dei conti era normale lui, armato di quello sguardo vulnerabile, attento e rabbioso di un Jake Gyllenhaal ancora sconosciuto. Richard Kelly concepisce questo stranissimo mix tra fantascienza, fantasy, coming of age e dramma esistenziale quando sta facendo ancora l’assistente di produzione, tra una corsa alla fotocopiatrice e l’altra. Lo scrive in 28 giorni, gli stessi che lascerà al protagonista per salvare il mondo. Donnie Darko ancora oggi ha un’energia unica, potente, vuoi per il suo connettersi proprio ai vent’anni del suo autore, vuoi per la visione sociale e culturale molto particolare. Occorre però sempre ricordarsi che Richard Kelly ricrea tutto negli anni ‘80, nel pieno dell’America reaganiana. Da grande appassionato del cinema di David Lynch e di Terry Gilliam, nonché delle teorie del celebre fisico Stephen Hawking, cesella un racconto connesso ai viaggi spaziotemporali, al cozzare di sogno e fantasia.
Kelly tratteggia un ritratto spietato, ma profondo, della società americana, dell’ostilità intrinseca in essa e di una visione dell’età adulta come di una trappola, una gabbia. Quando Donnie Darko esce in sala, da appena un mese l’America è stata sconvolta dagli attentati dell’11 settembre e non è che avere un incidente aereo come immagine centrale del film sia proprio una garanzia di successo, gli spiegano quelli della produzione, che chiedono tagli, rimaneggiamenti, inizialmente pensano direttamente all’home video. Sapete chi salverà l’uscita in sala? Christopher Nolan e sua moglie Emma Thomas, ma il primo weekend prende solo mezzo milione di dollari. Un fiasco assoluto. Eppure, la sua qualità non verrà comunque messa in discussione dalla critica, la stessa che quel 19 gennaio 2001, al Sundance Festival, ne aveva colto potenza e originalità di visione. Diventerà nel corso degli anni un cult assoluto, ma soprattutto il film simbolo di una determinata epoca, di una generazione, quella Millennial, che in Donnie Darko avrà il totem delle proprie inquietudini.
Qui dentro ci sono le paure, l’Apocalisse che ormai si sta palesemente avvicinando per travolgere il loro mondo, il futuro che gli era stato promesso come radioso. Il paradosso? Donnie Darko è ambientato alla fine degli anni ’80. Abbiamo un ragazzo, Donnie Darko, che è diverso dagli altri, è profondo, sensibile, rifiuta l’omologazione, la violenza culturale e psicologica con cui lo si cerca di rendere uguale agli altri, un prodotto standardizzato pronto per diventare come i suoi genitori. Eddie (Holmes Osborne) e Rose Darko (Mary McDonnell) sono il classico esempio di middle class americana di provincia, lui repubblicano e banale, lei madre distratta e assente. Donnie ha una sorellina, Samantha (Daveigh Chase) e una sorella più grande, Elizabeth (Maggie Gyllenhaal) ambiziosa e perfettina. Lui soffre di sonnambulismo e proprio grazie a questo si salva, quando un motore da aereo si schianta letteralmente dentro la sua camera. Donnie Darko però quella notte ha incontrato Frank (James Duval), strano figuro che viene dal futuro, vestito da coniglio gigante.
Quel costume sinistro diventerà una delle presenze cinematografiche più inquietanti del XXI secolo. Donnie si sveglia con una cifra tatuata sul braccio, 28:06:42:12, ed è quanto manca alla fine del mondo. Ma davvero è così? Oppure tutta una sua allucinazione, come dicono i suoi, che lo mandano da una egomaniaca psicoterapista? Magari la verità è dentro quel libro, “La Filosofia del Viaggio nel Tempo” che gli finisce tra le mani? Donnie Darko da questo momento in poi diventa uno strano viaggio a metà tra follia e lucidità, tra analisi brutale dell’adolescenza e distruzione totale dei pilastri di quell’America, aggrappata ai suoi miti e punti di riferimento ormai morti. Un film capace di colpirci nel profondo come nessun altro. Donnie deve salvare il mondo ma davvero il mondo merita di essere salvato? Il film si fa carico di enigmi esistenziali, ma anche di un rifiuto totale della visione manichea, tipicamente americana, che emerge dalle estenuanti e idiote lezioni dei docenti e guru, che hanno il volto di Patrick Swayze, Drew Barrymore, Beth Grant, Noah Wyle e diversi altri.
Tra desiderio di ribellione e domande senza risposta
Quei docenti se non sono dannosi, corrotti (anche pedofili) magari sono pure onesti, talvolta utili ma in modo involontario. La somma di tutti loro alla fine crea uno zero che è immobilità, fallimento, incapacità di essere qualcosa di più renitenti condannati alla sconfitta. Non sono insegnanti, sono schiavi di un sistema. Ma il cuore del racconto è un ambiente giovanile fatto di solitudine, isolamento, superando completamente la stessa narrazione cinematografica che da Breakfast Club a Saint Elmo’s Fire, per tutti gli anni ‘80 ci aveva parlato di tribù, sentimenti, subcultura giovanile. Donnie Darko invece ci parla di bullismo, incapacità comunicativa, sterilità emotiva e mancanza di empatia. Armato di una regia minimale ma tutt’altro che sterile, di un’atmosfera cupa e allucinata, ci pone di fronte ad una serie di visioni angoscianti, calibrate sul fatto che possedere un pensiero critico, mettere in discussione al realtà, regali sì libertà e autonomia di pensiero, ma anche infelicità. La società i diversi dalla norma tende sempre a metterli in disparte.



