Vocabolario minimo delle crisi di governo


Una guida al lessico da sfoggiare di fronte alle maratone televisive dedicate ai meccanismi più discussi della politica italiana

Foto di Franco Origlia/Getty Images

È di nuovo quel periodo dell’anno, all’incirca. Si calcola che la durata media di un governo repubblicano, in sia di un anno e due mesi, dato che scende abbondantemente sotto i 365 giorni se consideriamo tutte quelle crisi arrivate a un passo dal concretizzarsi e infine rientrate.

La crisi di governo è in definitiva il vero Super Bowl italiano, un evento fortemente mediatizzato e pieno di tatticismi che tutti attendono con impazienza per un anno, pur sapendo che la propria squadra potrebbe non essere della partita. Per affrontare a testa alta l’imminente appuntamento estivo, abbiamo dunque preparato questa agile guida sul lessico della crisi, utile per orientarsi nei meandri delle maratone televisive e a non perdersi neanche un secondo dei commenti in diretta di Marco Damilano.

Appoggio esterno

Contributo – più sostanziale che formale – fornito da un partito o da un gruppo parlamentare che non è rappresentato nella squadra di governo, ma che tuttavia partecipa attivamente alla sua sopravvivenza.

Esistono diverse ragioni per non formalizzare l’appoggio all’esecutivo, ma la più frequente ha a che fare con banali ragioni di opportunità politica. Un esempio su tutti: la riforma costituzionale presentata nel 2016 dal governo Renzi – e in seguito respinta dal referendum popolare – fu approvata alle camere con il voto decisivo di Ala, gruppo parlamentare guidato dall’ex forzista Denis Verdini, ma ufficializzare l’ingresso dei cosiddetti responsabili nella squadra di governo sarebbe stato controproducente per Renzi, che usciva dalla travagliata stagione del patto del Nazareno.

L’appoggio esterno comporta nella maggior parte dei casi ripercussioni negative, sia in termini di chiarezza dei processi politici che di geometria delle maggioranze, ed è dunque buona prassi ricorrervi solo in presenza di concreti pericoli per la tenuta parlamentare.

Coalizione Ursula

Una delle possibili soluzioni all’attuale crisi di governo, innescata dalla mozione di sfiducia presentata dalla Lega di Matteo Salvini. Secondo alcuni giornali l’unica alternativa al voto immediato sarebbe oggi rappresentata da una sorta di esecutivo di transizione con tutti dentro, un governo da battezzare con lo scopo di scongiurare il temuto aumento dell’Iva, per poi tornare alle urne dopo l’approvazione della finanziaria.

L’espressione coalizione Ursula sta a indicare i confini di una tale maggioranza, che vedrebbe la partecipazione di Partito Democratico, Movimento 5 stelle e Forza i tre partiti italiani che in sede europea hanno votato a favore della nomina di Ursula von der Leyen a presidente della Commissione.

Consultazioni

Serie di colloqui tenuti dal presidente della Repubblica prima di consegnare un mandato o l’incarico per la formazione di un governo. La massima carica dello stato, in caso di crisi, può effettuare uno o più giri di consultazioni prima di sciogliere le riserve sul futuro della legislatura e la prassi consiglia di convocare al Quirinale, nell’ordine, i presidenti emeriti della Repubblica, il presidente del Senato, il presidente della Camera e i capigruppo delle forze politiche che hanno eletto esponenti in almeno una delle due camere.

Fiducia parlamentare

Ogni governo è espressione di una determinata maggioranza parlamentare, e l’assemblea può decidere di accordare o revocare tale fiducia in qualsiasi momento della legislatura, provocando a seconda dei casi la conferma del mandato o la definitiva caduta dell’esecutivo.

Quello della fiducia al governo è in ogni caso un atto propedeutico al suo insediamento: al termine delle procedure necessarie a verificare l’esistenza teorica di una maggioranza parlamentare, il presidente del Consiglio incaricato deve presentare la squadra scelta di fronte alle Camere e, al termine di un discorso programmatico, ottenerne la fiducia.

Governo della non sfiducia

Esecutivo transitorio e dalla natura estremamente fragile, che si fonda sulla volontà dell’opposizione di non votare contro la fiducia parlamentare. Il caso più celebre di governo della non sfiducia risale al 1976, terzo esecutivo a guida Andreotti, in cui un monocolore Dc rimase in carica per 536 giorni sfruttando la benevola astensione delle opposizioni alla Camera e la loro uscita dall’aula al Senato (a palazzo Madama l’astensione vale come voto contrario).

Per assurdo, l’attuale legislatura potrebbe proseguire con un monocolore del Movimento 5 stelle, che vedesse Lega e Fratelli in aperta opposizione e tutte le altre forze sostanzialmente non interessate a far cadere il governo. A quel punto si parlerebbe di governo della non sfiducia.

Governo del presidente

Esecutivo nato in seguito all’iniziativa diretta del presidente della Repubblica, che decide di consegnare il mandato a una figura di spicco, non necessariamente politica, considerata rispettata al punto tale da poter ottenere la fiducia del parlamento.

Si tratta di un’extrema ratio cui far ricorso nelle fasi di stallo delle trattative per la formazione del governo e dipende fortemente dall’impostazione più o meno interventista con cui il presidente della Repubblica ha deciso di interpretare il suo ruolo. La forma compiuta di un governo del presidente richiede, in ogni caso, anche un’impronta programmatica suggerita dalla prima carica dello stato, che di fatto diventa l’ispiratore dell’azione legislativa.

Governo di solidarietà nazionale

Conosciuto anche come governissimo, è un espediente utilizzato per pacificare il paese in situazioni politiche complesse e travagliate. Consiste di fatto in un governo di grande coalizione, nome con il quale è entrato nel discorso pubblico tedesco (Grosse Koalition), formato con l’obiettivo di tener dentro quante più forze politiche possibile.

Governo elettorale

Governo nato con l’unico obiettivo di traghettare il paese verso le prossime elezioni. Quasi esclusivamente destinato a occuparsi degli affari correnti – o dotato comunque di un programma minimo – il governo elettorale è una particolare tipologia di governo di scopo.

Governo istituzionale

Altra formula utilizzata per venire a capo di risultati elettorali particolarmente ingarbugliati (quindi non esattamente un’eccezione nella storia repubblicana). Il governo istituzionale rappresenta una via di mezzo tra un governo parlamentare e uno del presidente, dal momento che contempla una figura istituzionale di prestigio alla guida dell’esecutivo, normalmente selezionata tra la seconda e la terza carica dello stato. Tale formula, oltre a garantire governabilità, lascia alle istituzioni dello stato il compito di congelare la situazione, in attesa di momenti più proficui.

Governo parlamentare

Esecutivo nato senza il consenso parlamentare necessario ad affrontare serenamente una legislatura, il governo Parlamentare è costretto a trovare volta per volta in aula i voti utili a realizzare il programma. Questo tipo di governo non è dotato di una maggioranza vera e propria, ma di maggioranze diverse su temi diversi, che per questo è definita “maggioranza a geometrie variabili”.

Mandato esplorativo

Al termine delle consultazioni di rito, al presidente della Repubblica spetta il compito di assegnare un mandato per la formazione del governo. Può tuttavia capitare che dai colloqui con le forze politiche non emerga una vera e propria figura in grado di radunare attorno a sé la maggioranza necessaria alla fiducia e per questo si debba ricorrere a un mandato esplorativo.

Non esiste una vera e propria regola a riguardo, ma la prassi vuole che il presidente della Repubblica in queste circostanze dia l’incarico a una figura istituzionale – presidente della Camera o del Senato, in genere – di verificare l’esistenza di una maggioranza alternativa a quella politica (e dunque su una figura terza e meno divisiva). La ricerca può avere esito positivo e portare alla formazione di un governo, oppure negativo, e in quel caso la figura istituzionale rimetterebbe il suo mandato esplorativo.

Rimpasto di governo

Quando la fisionomia della squadra di governo cambia a tal punto da rischiare di pregiudicare la maggioranza che la sostiene, si rende necessaria una verifica in parlamento. Si parla in questo caso di rimpasto di governo, ovvero della sostituzione di uno o più ministri dell’esecutivo, che porta alla richiesta di una nuova fiducia delle camere. In caso di esito positivo il governo otterrà rinnovata agibilità politica e si parlerà in questo casi di bis.

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