A due giorni dal referendum sulla riforma della giustizia, in programma domenica 22 e lunedì 23 marzo, per migliaia di fuorisede il diritto di voto è passato da un semplice gesto civico a una piccola corsa a ostacoli. Le candidature per diventare rappresentanti di lista – l’escamotage che permette di votare lontano dal proprio comune di residenza – avrebbero avuto un’altissima domanda.
Sarebbero infatti almeno 20mila le richieste arrivate ai principali partiti di opposizione: circa 10mila ad Alleanza verdi-sinistra, 3.500 al Movimento 5 stelle e altrettante al Partito democratico, a cui si aggiungono quelle raccolte da comitati e realtà locali. A queste, poi, vanno aggiunte anche quelle della maggioranza. Numeri che raccontano una forte domanda di partecipazione, a fronte però di posti limitati: ogni seggio può avere al massimo due rappresentanti per lista, uno effettivo e uno supplente.
Il “piano B” dei fuorisede
Il meccanismo è semplice: i rappresentanti di lista sono figure che assistono alle operazioni di voto e scrutinio per garantire la regolarità delle procedure. In cambio, la legge consente loro di votare nel seggio in cui sono assegnati, anche se non iscritti lì. È proprio questa possibilità che ha trasformato il ruolo in una soluzione alternativa per chi vive lontano da casa.
Una soluzione nata per necessità, dato che per questo referendum il governo non ha previsto il voto fuorisede. La maggioranza ha motivato la scelta con la mancanza di tempo tecnico per organizzare il sistema, mentre le opposizioni parlano di una decisione politica. Il nodo, però, è più strutturale: in Italia non esiste ancora una legge definitiva sul voto nel luogo di domicilio. Le possibilità sperimentate nel 2024 e nel 2025 – come alle elezioni europee – erano state introdotte con norme ad hoc, valide solo per quelle singole consultazioni e poi decadute. Un tentativo di rendere stabile il meccanismo era stato approvato alla Camera nel luglio 2023, con una proposta a prima firma della deputata del Partito democratico Marianna Madia, poi trasformata in legge delega dalla maggioranza. Il testo è arrivato al Senato, dove però si è arenato nel febbraio 2024, lasciando ancora irrisolto il tema.
E così, mentre circa 5 milioni di fuorisede restano esclusi, solo una parte – al massimo qualche centinaio di migliaia – riesce a rientrare attraverso questo canale.
Accanto a questo “piano B” istituzionale, si sono mosse anche iniziative dal basso: associazioni e collettivi hanno promosso forme di solidarietà come i “biglietti sospesi”, ispirati al modello del caffè sospeso, per pagare viaggi a chi non può permettersi di tornare nel proprio comune e votare. Un altro segnale della difficoltà, per molti, di esercitare un diritto che dovrebbe essere garantito.
“Una scelta obbligata”
Tra chi ha deciso di candidarsi come rappresentante di lista c’è Angela, lavoratrice fuorisede originaria della provincia di Reggio Calabria e residente a Roma. Per lei non è la prima volta: “Io lo conoscevo già perché al referendum del 2016 avevo fatto la rappresentante di lista. All’epoca studiavo a Napoli e non riuscivo a tornare a casa”.

