Warrior, lo spaghetti western in salsa cinese ideato da Bruce Lee


Su Sky Atlantic la serie, ispirata degli scritti dall’icona del cinema d’azione di Hong Kong, narra la lotta tra gang cinesi nella San Francisco del 1870, con un protagonista che sembra la reincarnazione di Lee

Warrior, serie targata Cinemax (la sorella a target maschile e più adulto del canale via cavo americano Hbo) e l’ultima arrivata (con due episodi tutti i lunedì in prima serata) sul canale Sky Atlantic, nasce da un’idea per uno show televisivo di Bruce Lee. L’icona del cinema di Hong Kong (ma nato negli Usa da padre cinese e madre eurasiatica) buttò giù il soggetto su un immigrato cinese esperto in arti marziali che sbarcava a San Francisco (città natale di Lee) durante la guerra tra gang locali del 1870 e vi si ritrovava coinvolto.

Il protagonista Ah Sahm, giovanotto originario del Foshan (come Lee), è per un quarto bianco (suo nonno era un marinaio americano), è forte, sfrontato e idealista: appena dopo aver posato il primo passo su suolo straniero reagisce massacrando di botte le guardie di frontiera che umiliano e malmenano i compatrioti cinesi più deboli.

Ah Sahm è interpretato dall’attore britannico di origini giapponesi Andrew Koji ma il suo atteggiamento, le movenze e addirittura lo stile di combattimento (il Jeet Kune Do, ovvero l’arte marziale messa a punto da Lee e sviluppata dal Wing chun, un tipo di kung fu) sono quelli del protagonista di Il furore della Cina colpisce ancora, (nel primo episodio Koji indossa anche il medesimo iconico serafino bianco che sfoggiava Bruce in questo classico) tanto che sembra di assistere – ed è questa la sua caratteristica vincente – a una biografia romanzata dell’attore ambientata in uno spaghetti western.

La storia di Ah Sahm inizia con una missione: ritrovare la sorella Xiaojing, scappata in America per sfuggire agli abusi del marito e riportarla a casa sana e salva. Sicuro di sé ma poco cauto, finisce immediatamente per essere assoldato da uno dei tong (una delle famiglie cinesi che hanno il controllo sulla Chinatown californiana) più potenti della città, quello di Father Jun; è il primo passo di una serie di decisioni avventate che fanno di questo personaggio – testa calda dal cuore buono ma irresistibilmente attratto dai guai e dal crimine, guerriero semi invincibile, paladino dei deboli e seduttore di femmine – un emulo del Lucas Hood di Banshee. Non è un caso, il canale è lo stesso della strepitosa serie crime con Antony Starr e i due show condividono anche lo showrunner Jonathan Tropper (che produce con Justin Lin di Fast & Furious) e un attore nel cast principale, Hoon Lee (era l’hacker super stiloso di Banshee Job), qui nei panni di un attaché della polizia scaltro e super ammanicato. Le analogie finiscono qui, Warrior è la cronaca della nuova vita di Ah Sahm in una città governata dalla corruzione, dal crimine, dalle connivenze tra poliziotti e mafiosi e dalla sete di potere più abbietta, il tutto condito in salsa western, tra bordelli popolati da prostitute imprenditrici e saloon dove si serve oppio.

A metà tra Copper e The Knick, l’ambientazione di Warrior, girata tra strade fangose, vicoli loschi e locali fumosi ricorda molto la New York di fine secolo di queste serie: siamo nel bel mezzo di un western urbano dove la guerra non si fa tra bianchi e pellerossa ma tra irlandesi e cinesi. Uno degli argomenti principali è infatti la faida tra i primi – che vedono gli asiatici come immigrati venuti a rubare loro il lavoro e se stessi come americani veri (al netto dell’accento del Connemara) – e i secondi, suddivisi in mafiosi e poveracci. In mezzo, la polizia, rappresentata dal corrotto O’Hara e dall’illuminato e onesto (perché viene da fuori, ovvero dallo stato della Georgia) Lee, guardacaso interpretato proprio dal protagonista di Copper (poliziesco di BBC America ambientato negli stessi anni a New York a Five Points) Tom Weston Jones. Fuori da coro, sempre lui, Ah Sahm, che non rimane incapsulato nel quartiere cinese, in una realtà dove gli orientali nati su suolo americano parlano solo cinese, ma vive anche nel mondo fuori, frequentando un’aristocratica bianca (abbiamo detto che ama cacciarsi nei guai).

Warrior suggerisce che il potere della comunicazione (Ah Sahm è uno dei pochissimi cinesi di San Francisco a parlare inglese) è forte quanto quello dei pugni, anche in un città solo apparentemente civilizzata. Come accennato, lo show è un western, e per renderlo chiaro la prima stagione interrompe una narrazione altrimenti orizzontale con un episodio – il quinto – totalmente slegato dagli altri e à la The Hateful Eight: ambientato in un saloon eretto in mezzo al nulla, segue Ah Sahm, l’amico Jun, una coppia di aristocratici razzisti e un prete nel loro viaggio in diligenza. Ah Sahm e Jun devono trasportare a San Francisco l’immancabile bara piena di soldi (o pepite d’oro), ma la tappa forzata li rende vittima degli assaltatori di diligenze. Seguono sparatorie, imboscate e vendette, per un episodio che è un gioiellino televisivo che omaggia i grandi classici del genere.

Warrior si perde quando discosta l’attenzione dal protagonista per volgere lo sguardo ai comprimari (nonostante l’aitante Koji non brilli per carisma), e quando si avventura nelle storie romantiche di Ah Sahm: per tutto il resto – grazie alle belle scenografie, a una fotografia suggestiva, al registro azzecatissimo scelto da Tropper, alla giusta dose di violenza e sesso – è un solido western declinato all’orientale, con una nutrita sfilza di sensazionali coreografie di combattimento e un protagonista che vale la pena di seguire (anche nella seconda stagione, confermata).

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