[ad_1] Il mercato degli indossabili dedicati alla salute è in piena espansione, spinto dall'invecchiamento della popolazione e dalla crescente attenzione alla salute preventiva. Smartwatch, anelli, dispositivi come sensori per la glicemia, patch intelligenti, tracker biometrici grandi quanto un cerotto e…
Il mercato degli indossabili dedicati alla salute è in piena espansione, spinto dall’invecchiamento della popolazione e dalla crescente attenzione alla salute preventiva. Smartwatch, anelli, dispositivi come sensori per la glicemia, patch intelligenti, tracker biometrici grandi quanto un cerotto e capaci di monitorare praticamente tutto sono sempre più piccoli, sempre più efficienti. E sempre più usa-e-getta. A ricordarci il lato oscuro di questo boom è uno studio appena pubblicato su Nature, che mette sul tavolo una verità scomoda: la corsa ai wearable per la salute rischia di trasformarsi in un serio problema ambientale.
I numeri snocciolati dalla ricerca della Cornell University e dell’Università di Chicago, parlano chiaro: la domanda globale di questi dispositivi potrebbe passare dagli attuali 47 milioni di unità a 2 miliardi all’anno entro il 2050. Un aumento di 42 volte. Il risultato sarà un’eredità pesante: oltre un milione di tonnellate di rifiuti elettronici e 100 milioni di tonnellate di CO₂ rilasciate nell’atmosfera. Almeno se continueremo a progettarli e produrli come oggi.
La radice del problema
Lo studio smonta un luogo comune. Il principale responsabile dell’impatto ambientale non è la plastica dei cinturini, della scocca o le batterie al litio. A pesare davvero, per circa il 70% dell’impronta di carbonio, è il circuito stampato, il microprocessore che rende “smart” questi dispositivi. La colpa sta nell’estrazione e nella lavorazione dei materiali che lo compongono: oro, argento, palladio e altri metalli rari che richiedono processi produttivi estremamente energivori. È qui che si gioca la partita più importante, ben lontano dall’estetica o dal packaging.
I ricercatori non si limitano a lanciare l’allarme, ma indicano anche due possibili vie d’uscita. La prima è banale solo in apparenza: usare metalli comuni. Sostituire oro e minerali rari con materiali più diffusi, come il rame, ridurrebbe drasticamente l’impatto ambientale della produzione. La seconda è ripensare il design in chiave modulare, progettando dispositivi in cui il circuito stampato possa essere riutilizzato, cambiando solo l’involucro esterno.
“Quando questi dispositivi vengono distribuiti su scala globale, le piccole scelte di progettazione si sommano rapidamente”, ha scritto uno degli autori dello studio. È l’effetto farfalla applicato all’elettronica di consumo: una decisione presa oggi sul tavolo dei designer può tradursi in milioni di tonnellate di differenza domani.
Una montagna di rifiuti
È una storia che suona fin troppo familiare, già vista con gli smartphone. Ogni anno se ne vendono più di un miliardo, con cicli di sostituzione sempre più brevi e riparazioni spesso scoraggiate da scelte progettuali precise. Il risultato è una montagna di rifiuti elettronici che cresce più velocemente della nostra capacità di riciclarli.
E poi ci sono gli accessori. Usb-A, micro-Usb, Usb-C, lightning: ogni cambio di standard ha lasciato dietro di sé milioni di cavi perfettamente funzionanti ma improvvisamente inutili. Un problema talmente evidente che l’Unione europea è dovuta intervenire imponendo un caricatore unico. Non per amore del minimalismo, ma per arginare uno spreco diventato sistemico.
