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Zootropolis dieci anni fa ci ha parlato del nostro mondo iniquo e difettoso in modo geniale e lucidissimo

di webmaster | Feb 13, 2026 | Tecnologia


Pare solo ieri che Zootropolis di Byron Howard e Rich Moore usciva nelle nostre sale. Invece sono passati già dieci anni dal 55° Classico Disney, da questo gioiello che ha portato la creatura del grande Walt lì dove non era mai stata sostanzialmente: a parlarci apertamente di politica, società, della problematiche del nostro presente, di quanto siano radicate e difficili da eliminare.

Una città di animali identica a quella degli uomini

Analizzare Zootropolis oggi, con il sequel che ha appena raccolto uno straordinario successo di pubblico e critica, significa confrontarsi con un film d’animazione che non ha precedenti nella storia della Disney. Tutto comincia grazie a Byron Howard che propone sei trattamenti per film su animali antropomorfi a lui, John Lasseter. Parliamo dell’uomo a cui dobbiamo l’inizio del corso della Pixar, titoli come Toy Story, A Bug’s Life e Cars, così per gradire. Tutti pensavano a qualcosa di scolastico e normie, ma Howard decise invece di muoversi qualcosa di radicalmente diverso, più legato alla società moderna, al nostro mondo. Il suo script, ci porterà non più in una realtà parallela e meramente immaginifica, una versione edulcorata del mondo reale, ma in un universo identico al nostro. Diretto dallo stesso Howard insieme a Rich Moore, Zootropolis quando arriva nelle sale, per la prima volta, quel 13 Febbraio del 2016, lascia pubblico e critica di stucco, per l’audacia e la caratura artistica.

Lo stesso world building, che ci viene svelato di fronte in carrellate e scene di massa assolutamente magnifiche, è strutturato per esaltare le tematiche politiche che poi verranno sviluppate. Infatti, la città che abbiamo di fronte, combina nei vari quartieri, distretti, ambienti che vanno dal desertico, al tropicale, l’alpino, ma sempre connessi ad elementi della società occidentale (americana soprattutto). Si colgono riferimenti agli anni ‘50 e ’60, ma anche anni ‘80, fino ad arrivare ai nostri giorni. Protagonista è lei, Judy Hopps, una coniglietta originaria della campagna, nata in una famiglia contadina (c’è qualcosa di più politico di questo come origine per un personaggio?). Judy è minuta, ma determinata a raggiungere il suo sogno: diventare un ufficiale di polizia nella gigantesca metropoli di Zootropolis. Vuole fare la differenza, vuole rendere la società più sicura. Ma la sua ambizione fin dall’inizio si scontra con una deprimente realtà, perché a dispetto della sua energia e della sua volontà, in quella città esistono una miriade di confini invisibili eppure chiari.

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Essi separano le diverse razze di animali, le diverse classi sociali ed anche i generi, in un modo che lei non si sarebbe mai aspettata. Viene relegata al ruolo di ausiliaria del traffico, mentre in città comincia a crescere sempre più il mistero e il panico, per una serie di rapimenti che hanno interessato una dozzina di predatori. Ciò che Judy non può prevedere, è che dopo essersi imbattuta nella astuta e sgusciante volpe Nick Wilde, un piccolo truffatore di strada, i suoi passi andranno ad incrociare proprio il caso delle misteriose sparizioni. Nick, ovviamente scaltro e veloce, sorta di variabile impazzita e imprevedibile, diventerà involontariamente l’inseparabile partner di Judy, formando una coppia di Detective che Zootropolis rende un grande, magnifico omaggio al concetto di Buddy Movie. Parliamo di un sottogenere del poliziesco influenzato profondamente dalla commedia, l’action e il crime e che ci aveva donato in passato titoli tra i più vari e leggendari.

In effetti, guardando Zootropolis, e come Judy e Mike si scontrano, conoscono, dialogano a dispetto di due personalità e visioni agli antipodi, non si può non pensare a titoli come 48 ore, La calda notte dell’ispettore Tibbs, le saghe di Beverly Hills Cop o di Arma Letale, L’ultimo boy scout o The Nice Guys. Tutti film incredibili. Tuttavia, La sceneggiatura di Zootropolis, scritta da Jared Bush e Phil Johnston, mentre ci fa seguire la strana coppia in quel labirinto di mafiosi, politici, piante velenose, poliziotti e misteri, elenca anche le nostre manchevolezze. Quel mondo è contraddistinto da razzismo, c’è qualcosa che ricorda molto la segregazione in più di una sequenza, si avverte un profondo classismo e il fastidio verso il diverso e soprattutto il povero. Alcune specie ( su tutte i predatori) sono costrette a stare in seconda fila, a subire angherie e paternalismo in nome di una società dove contano forza, potenza, oppure omologazione, ambizione e ipocrisia.

Un nemico che usa la paura per conquistare il potere

Il sindaco Leone, Lionheart, supponente e ipocrita, è anche un po’ il simbolo del nostro sistema politico occidentale, che dieci anni fa mostrava già abbondantemente le crepe evidenti nel patto sociale, in quell’idea di ascensore sociale, di equità e progresso universale che già nel 2008 era andata in pezzi. Zootropolis tutto questo ce lo mostra con un arsenale visivo e grafico semplicemente stupefacente, donandoci un mondo che ha avuto pochi pari nella cinematografia animata sia per ciò che riguarda la fantasia e la simpatia, sia per la personalità dei diversi personaggi. Mentre Judy e Nick cominciano a diventare amici, a dispetto di tutto, mostrando le rispettive insicurezze sogni e paure, il film diventa sempre più la vivisezione del nostro presente, con i predatori che sono indicati a prescindere come i colpevoli, metafora perfetta del razzismo, con il potere delle élites e allo stesso tempo degli emarginati che sono il vero nemico. Alla fine si scopre che c’era una pecora, Bellwether, la Vice del Sindaco, dietro i rapimenti.



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Scritto da Flavio Perrone, consulente informatico e appassionato di tecnologia e lifestyle. Con una carriera che abbraccia più di tre decenni, Flavio offre una prospettiva unica e informata su come la tecnologia può migliorare la nostra vita quotidiana.

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