Non il più attuale dei testi, ma di sicuro un classico per chiunque voglia conoscere la storia della futura Unione Europea, quando ancora di unito in Europa c’era ben poco. Dall’epoca dei “greci contro tutti” fino al medioevo, al rinascimento, l’illuminismo e così via: l’evoluzione nei secoli, dal punto di vista storico, filosofico e politico, dell’entità culturale e spirituale che sarebbe poi diventata l’idea di Europa moderna.
La vera lingua comune europea è la traduzione, disse una volta Umberto Eco. A meno che non sia il latino, quello dei romani che la unirono per la prima volta e quello ecclesiastico che per secoli servì da lingua franca per un’unica grande élite transnazionale di teologi e giuristi. La vera lingua europea, forse, non esiste ancora: è come il sogno della lingua perfetta che ha accompagnato la storia del continente e ha innervato la sua filosofia. Dall’antico mito di Babele fino alle speculazioni sulle lingue del paradiso (e se fosse l’olandese?) per arrivare alla linguistica contemporanea. E se la vera lingua europea non fosse altro che questa continua riflessione sulla lingua, e dunque sull’identità?
Dietro alle unità linguistiche prodotte da massicci programmi d’ingegneria sociale, dietro alle identità nazionali circoscritte entro confini artificiali, il demografo Emmanuel Todd vede qualcosa di nascosto: delle differenze secolari nelle regole di trasmissione del patrimonio, nelle strutture familiari, differenze che non seguono linearmente i confini ma anzi dividono lo spazio secondo regole differenti. Scritto nei primi anni Novanta, questo libro profetizzava le future crisi dell’Europa sottolineando le insanabili linee di frattura che la percorrono: ma poiché queste linee percorrono e fratturano innanzitutto le nazioni, potremmo anche concluderne che l’Europa non sia poi tanto più innaturale della Francia, dell’Italia o della Germania.
In fondo se c’è una cosa tipicamente europea sono le nazioni, patrimonio comune di fantasia politica poi esportata (con ampi danni) in tutto il mondo. Strano avere in comune qualcosa che ci divide, ma bisognerà arrangiarsi con quello che abbiamo. Ad esempio la memoria condivisa di un sacco di guerre, deportazioni, esilii. Tra le tante storie europee, quella del figlio di Thomas Mann è particolarmente emblematica: primo perché come tutti noi porta su di sé il peso di un’eredità schiacciante, tanto intima quanto distante, un super-io sulla cui misura gigantesca (quella di capolavori come La montagna incantata) verrà sempre giudicata; secondo perché la sua vita è una fuga continua da quell’eredità e dai suoi frutti più amari, in giro per le città del continente per sfuggire alla persecuzione nazista; terzo perché incarna una generazione di élite europee che hanno sognato il possibile superamento di quel vecchio mondo di violenze per immaginarne uno nuovo.


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