A colpire immediatamente è l’estetica retrò serica e sofisticata delle scene in interni che sembrano immerse negli anni ’30 o ’40; quelle in esterni, tra strade e vicoli, evocano gli anni ‘80 e ’90 attraverso la lente del neon noir. Dopo 2046 Wong ha perso la collaborazione di Christopher Doyle, suo storico direttore della fotografia ampiamente responsabile della sontuosa e inconfondibile estetica del suoi film, nonché della fama del regista a livello internazionale. Al suo posto Peter Pau, collega non da meno che ha vinto l’Oscar per La tigre e il dragone e ha firmato la fotografia di capolavori come The Killer e Bride With White Hair. In Blossoms Shanghai, orchestra luci, colori e superfici con ostentata classe. Le scene in interni, avvolte in chiaroscuri sembrano composizioni pittoriche; la luce è attraversata da nuvole di vapori, le ombre sono spezzate dal riverbero dei neon. I personaggi si muovono per le vie cittadine brulicanti di vita, reagendo alle vibrazioni di una città pulsante e attraversata dall’euforia scatenata dalle opportunità economiche nascenti. È l’immagine di un luogo appassionatamente vitale ma anche oscuro e ambiguo, governato dall’avidità, dall’opportunismo, dalla corruzione.
Lontano dal trasmettere sensazioni di nostalgia, eppur propenso a idealizzare il periodo (l’espansione capitalista provocò fratture sociale e disuguaglianze che non trovano una voce nella narrazione), il racconto registra i movimenti che portarono l’economia di mercato a ridisegnare la città, mentre i percorsi individuali dei protagonisti si inseriscono in un arazzo collettivo. Se Tiffany Tang (Miss Wang) adotta uno stile di recitazione lievemente da soap, gli altri adottano un approccio moderatamente melodrammatico, Hu Ge offre brilla con una performance misurata e di classe: il suo Ah Bao è un personaggio realistico, attraversato dalle contraddizioni morali, dalle debolezze come dall’ambizione. Nel passaggio dal grande al piccolo schermo, Wong si trova a dover fare i conti con la sfida più grande: il ritmo. Il suo approccio alle riprese dai tempi estremamente dilatati e la sua proverbiale autoindulgenza creano più di un problema; storicamente, come in passato dichiarato dalle superstar Leslie Cheung, Tony Leung Chiu-wai e Maggie Cheung, il cineasta lascia i suoi attori e la troupe a languire senza copione e direttive precise sul set per settimane o mesi (o anni, come nell’assurdo caso di Song Hye-kyo in The Grandmaster, pressoché rapita e tenuta per tre anni lontana dalla madrepatria per girare tre scene). A livello cinematografico, il languido protrarsi della narrazione ha contribuito a creare capolavori di grande intensità e suggestione, ma la traduzione per il piccolo schermo si rivela controproducente.
Blossoms Shanghai comincia a ingranare dopo il decimo episodio, e se quella lentezza di ritmo mette alla prova il pubblico europeo, figurarsi quello americano. L’appeal internazionale del Wong Kar-wai seriale non è scontato come quello cinematografico e l’impeccabile qualità formale non basta ad arginare i danni del ristagno narrativo. L’ostinata reiterazione di sequenze incastonate in atmosfere sospese, i dialoghi fitti che spesso riconducono a verbose analisi tecniche di mercato e di speculazione economica appesantiscono decisamente la fruizione. Visivamente magnifica, Blossoms Shanghai è piuttosto ostica per il pubblico occidentale meno investito emotivamente dalla ricostruzione storica rispetto a quello locale. Detto questo, i lavori precedenti del grande autore ispirano indulgenza, ma solo se si ignorano i retroscena. In patria, gli audio diffusi dal co-sceneggiatore Gu Er (vero nome Cheng Junnian), escluso dai titoli di coda, rivelano abusi agghiaccianti da parte di Wong e della sceneggiatrice Qin Wen. Non è bello confrontarsi con le meschinità dei propri miti.


