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Cloudflare ha presentato ricorso
contro la sanzione da 14 milioni di euro inflitta a gennaio
dall’Agcom, per il rifiuto di bloccare alcuni siti pirata come
previsto dalla legge antipirateria 93/2023 e segnalati
attraverso la piattaforma Piracy Shield. Questa consente ad un
gruppo di titolari dei diritti di indicare gli indirizzi e i
domini web che trasmettono contenuti pirata, obbligando i
fornitori come Cloudflare a oscurare l’accesso entro un tempo
massimo di 30 minuti.
L’azienda americana, che assicura la navigazione su una buona
parte dei siti web globali, fa sapere tramite il proprio blog
che, “Il sistema è meglio inteso come uno strumento grossolano
per i titolari dei diritti, per controllare ciò che è
disponibile su internet, senza alcuna tutela legale
tradizionale”.
Secondo l’azienda, il Piracy Shield manca di supervisione
giudiziaria e trasparenza, violando i principi del Digital
Services Act europeo “che richiede che ogni restrizione dei
contenuti sia proporzionata e soggetta a rigorose garanzie
procedurali”.
Per Cloudflare, nonostante l’ordine dei giudici amministrativi
di fornire pieno accesso agli atti del sistema, l’Agcom avrebbe
offerto solo consultazioni parziali in loco, “presso i propri
uffici di Napoli, sotto la supervisione dei propri funzionari”.
Il colosso ha ribadito di voler portare avanti il caso “sia nei
tribunali italiani che presso la Commissione europea”.
La normativa di riferimento prevede, in caso di inadempienza,
una sanzione fino al 2% del fatturato realizzato dall’azienda
nell’ultimo esercizio chiuso anteriormente alla notifica della
contestazione.
FP


