La parola “imprevedibile”, in casi come questo, va usata con cautela: non perché si potesse dire con esattezza quando un fenomeno simile sarebbe accaduto, ma perché i problemi dell’area sono noti da tempo. Un precedente importante è la frana del 1997, molto simile per zona interessata, quando diverse case andarono distrutte con danni ingenti. E proprio la Presidente del consiglio Giorgia Meloni, giunta sul posto mercoledì 28 gennaio, ha garantito che «Non si ripeterà il ’97. Agiremo celermente».
Ancora più vicino: il 16 gennaio 2026 c’era già stata un’evacuazione precauzionale, con danni e abbassamenti del terreno in alcune aree. Un segnale che il sistema stava entrando in una fase critica.
Quanto al clima, una nota di contesto arriva da ClimaMeter, che ha pubblicato una prima analisi – da confermare – sulla tempesta subtropicale Harry, indicando che in condizioni atmosferiche simili, oggi i cicloni possono essere associati a venti più intensi rispetto al passato. Ma gli stessi autori sottolineano i limiti statistici dovuti alla rarità dell’evento. Tradotto: è un tassello utile per capire la cornice meteo-climatica, non una “prova” che il cambiamento climatico sia la causa diretta della frana di Niscemi.
Eventi più intensi e territori più fragili
Secondo WWF Italia, la frana di Niscemi è un esempio di come crisi climatica e consumo di suolo stiano diventando una “nuova normalità”. In una nota diffusa nelle ore successive all’evento, l’organizzazione parla di una riattivazione drammatica di un dissesto noto da decenni, aggravato dall’intensificarsi degli eventi meteorologici estremi.
Il WWF chiede l’attuazione immediata del Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici, fermo da anni, e una legge nazionale sul consumo di suolo, sottolineando che continuare a intervenire solo in emergenza significa aumentare i costi economici e sociali dei disastri futuri. «Non agire ora – scrive l’associazione – significa compromettere sicurezza, economia e futuro del Paese».
Cosa può succedere nelle prossime ore
L’urgenza, nelle prossime ore e nei prossimi giorni, è misurare i movimenti del versante attraverso un monitoraggio continuo, grazie a un mix di tecnologie (come radar terrestri e satelliti) e rilievi sul campo. Una frana attiva è un oggetto dinamico e ogni decisione (zona rossa, corridoi di accesso, recupero beni, messa in sicurezza) dipende da quei numeri.
Poi scatterà una seconda fase, per certi aspetti ancora più critica: gestire il dopo. Se alcune aree dovessero essere delocalizzate, non è solo un problema abitativo, ma di di servizi, infrastrutture, identità urbana e costi pubblici. Ed è qui che Niscemi potrebbe diventa un caso di studio nazionale, mettendo in mostra, in tempo reale, cosa succede quando rischio geologico, pianificazione e scelte urbanistiche si incontrano di fronte all’emergenza. La frana di Niscemi, in altre parole, non è un’eccezione, ma il promemoria più brutale che la prevenzione costa meno della ricostruzione ma richiede memoria lunga.


