Nel frattempo, il prezzo medio del gas in Europa è passato dai 30 euro per megawattora di febbraio agli oltre 50 euro di inizio aprile. Dopo l’attacco al terminal qatariota di Ras Laffan, ha toccato il 9 marzo quota 64 euro, ai massimi dal 2022 (quando, val la pena ricordarlo, i prezzi hanno raggiunto i 340 euro al megawattora). Nelle settimane successive i prezzi sono parzialmente rientrati. Le prospettive restano però molto incerte: Goldman Sachs avverte che, se l’interruzione dei flussi gnl attraverso lo stretto di Hormuz dovesse protrarsi oltre aprile, si potrebbe arrivare a un range compreso tra 75 e 100 euro al megawattora.
L’Italia: diversificare, estrarre, o ridurre?
A gennaio 2026, mentre in Iran il clima si stava già scaldando, il governo italiano autorizzava 34 nuove concessioni estrattive, concentrate soprattutto nell’Adriatico settentrionale e in Emilia-Romagna, in larga parte licenze sbloccate dopo anni di sospensione, puntando sul gas nazionale come risposta all’incertezza geopolitica. I numeri smontano questa logica. La produzione effettiva non supera i 3,3 miliardi di metri cubi l’anno; anche nelle ipotesi più ottimistiche, nuove estrazioni potrebbero arrivare a 4-5 miliardi: tra il 6% e l’8% del fabbisogno nazionale. E soprattutto: il gas estratto in Adriatico viene immesso nella rete e venduto al prezzo di mercato. Che il gas venga dall’Adriatico o da altre parti del mondo, il prezzo finale per famiglie e imprese è lo stesso.
La risposta strutturale è un’altra. L’Italia potrebbe sostituire l’equivalente dell’intero volume di gas importato dal Qatar, pari a 6,4 miliardi di metri cubi all’anno, nell’arco di dodici mesi, senza costruire nuove infrastrutture. Basterebbe installare 10 GW di rinnovabili all’anno, obiettivo già scritto nel Piano nazionale integrato per l’energia e il clima (Pniec), si risparmiano 2,5 miliardi di metri cubi: il 40% delle importazioni qatariane. L’efficienza energetica nei settori industriale e civile aggiunge altri 0,8 miliardi. L’elettrificazione dei consumi termici, pompe di calore nel residenziale, processi industriali a bassa temperatura, porta ulteriori 650 milioni di metri cubi.
E poi ci sarebbe l’offshore: secondo una stima del Politecnico di Torino, il potenziale teorico di eolico offshore è di 207 GW, con una produzione potenziale di circa 51 miliardi di metri cubi equivalenti all’anno, più delle riserve totali certe a livello nazionale. Ad oggi, l’Italia ha un solo impianto offshore operativo: il parco eolico al largo di Taranto, con 30 megawatt di capacità. 96 progetti per 74 GW sono in attesa di autorizzazione, molti bloccati dalla burocrazia.
La mappa di chi ha capito
L’evidenza più scomoda del dibattito energetico europeo è che i paesi che se la passano meglio non appartengono a un unico colore politico. La transizione, le politiche energetiche che funzionano sono frutto di una scelta di sistema, non di bandiera.


