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Gli scontri tra Thailandia e Cambogia sono ripresi (purtroppo), con buona pace di Trump

di webmaster | Dic 12, 2025 | Tecnologia


Il simbolo più noto di questa disputa è il tempio di Preah Vihear, costruito tra il Decimo e l’Undicesimo secolo sulla cima di una scogliera che domina la pianura cambogiana. Per decenni, Thailandia e Cambogia si sono contese la sovranità sul complesso. Nel 1962 la Corte internazionale di giustizia assegnò il tempio alla Cambogia, ma la Thailandia ha continuato a rivendicare le terre circostanti, sostenendo che la mappa utilizzata dalla Corte fosse frutto di un errore coloniale francese.

Ogni volta che i rapporti politici tra i due stati si sono incrinati, Preah Vihear è tornato ad essere il detonatore di scontri armati, come nel 2008, nel 2011 e oggi, in un clima meno formalmente legato al tempio ma profondamente segnato dal retaggio della disputa territoriale.
Le linee tracciate sulle mappe coloniali non hanno mai coinciso pienamente con la realtà sociale del territorio. Per questo, ogni volta che un conflitto esplode, esso assume immediatamente un carattere umano devastante: migliaia di persone fuggono perché non sanno se il villaggio dove vivono sarà considerato “amico” o “nemico”, o perché temono una reazione militare indiscriminata.

Il nazionalismo come linfa di tensioni mai sopite

Se la storia alimenta la rivalità, l’attuale situazione politica la amplifica. In Cambogia, la stabilità interna potrebbe essere più fragile di quanto appaia: la leadership al governo ha bisogno di rafforzare continuamente la narrativa nazionalista per consolidare il proprio consenso. La Thailandia non è da meno: il paese vive cicli ricorrenti di turbolenze politiche, governi deboli e pressioni interne.

Non va dimenticato che alla radice della primi crisi di luglio c’era stata una controversa telefonata tra Paetongtarn Shinawatra e Hun Sen. Coi suoi 38 anni, Paetongtarn era la premier più giovane della storia della Thailandia. Hun Sen invece è stato proprio per 38 anni il premier della Cambogia, prima di lasciare formalmente il potere al figlio Hun Manet nell’estate del 2023, pur restando ancora oggi il leader occulto del Paese. I colloqui avevano l’apparente scopo di trovare una soluzione diplomatica alla tensione operativa aperta dal ferimento di cinque soldati thailandesi a causa di mine antiuomo.

Nella conversazione, Paetongtarn assume un atteggiamento molto deferente (forse a causa dell’antico rapporto tra le due dinastie politiche) e critica un alto comandante dell’esercito thailandese, accusandolo di alimentare le tensioni. La telefonata è diventata pubblica, proprio su iniziativa di Hun Sen, interessato forse a segnalare sul fronte interno che il potere è ancora in mano sua. Una sorta di avvertimento a eventuali potenziali oppositori del figlio Hun Manet, ancora sotto la tutela del vecchio leader. Risultato. Paetongtarn viene rimossa dalla Corte costituzionale e i militari hanno mano libera, riassumendo un ruolo centrale nella vita politica della Thailandia dopo la formazione di due governi cautamente riformisti. In entrambi i casi, una crisi di confine può diventare un utile strumento per rafforzare l’unità nazionale, anche se al prezzo di un’escalation che nessuno può realmente controllare.

La dimensione internazionale vede di nuovo di fronte Stati Uniti e Cina

La dimensione internazionale non è meno rilevante. La guerra di confine si inserisce in un momento in cui il Sudest asiatico è diventato un campo di competizione strategica tra Stati Uniti e Cina. Gli Stati Uniti cercano di mantenere un ruolo influente nell’Asean, l’Associazione delle Nazioni del Sudest asiatico, ma la loro strategia – spesso percepita come unilaterale e coercitiva – rischia di alienare alcuni paesi membri. La Thailandia è uno di questi: alleata storica degli Stati Uniti, ma sempre più autonoma e vicina a Pechino sul piano economico. La Cambogia, dal canto suo, è uno dei principali beneficiari degli investimenti cinesi nella regione e si è spesso allineata alle posizioni di Pechino nelle votazioni internazionali.

Le prospettive a breve termine non sono incoraggianti. Le zone di confine restano teatro di scontri, le evacuazioni continuano. La sensazione è che le diplomazie regionali (e non) siano in grado al massimo di favorire soluzioni temporanee, mai strutturali e stabili. Finché non si affronteranno le radici storiche della disputa e finché gli attori internazionali continueranno a usare il conflitto come leva geopolitica, la frontiera tra Thailandia e Cambogia resterà una ferita aperta nel cuore dell’Asia sudorientale.



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Scritto da Flavio Perrone, consulente informatico e appassionato di tecnologia e lifestyle. Con una carriera che abbraccia più di tre decenni, Flavio offre una prospettiva unica e informata su come la tecnologia può migliorare la nostra vita quotidiana.

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