Preparatevi a vedere Amanda Seyfried all’ennesima potenza, che si scatena, canta e si dimena come un’ossessa. No, non è per il sequel di Mamma mia, che pure attendiamo, ma per un film che l’ha colpita talmente tanto che da settembre a oggi non fa che parlarne con aria estasiata. Si tratta di Il testamento di Ann Lee, presentato in anteprima prima a Venezia e poi alla Berlinale, in cui Seyfried interpreta la fondatrice del movimento religioso degli Shakers Ann Lee. Diretto da Mona Fastvold, è un drammone musicale d’epoca, ambientato nel XVIII secolo, che predica la purezza dello spirito e l’uguaglianza tra uomini e donne. Il personaggio di Ann Lee risulta subito interessante, specie per i retroscena sulla sua vita privata, i maltrattamenti subiti prima dal padre e poi dal marito, il carcere, i quattro parti non andati a buon fine a cui Seyfried, da madre e da attrice, rende giustizia con una performance intensa e viscerale (per quanti a tratti assai sopra le righe).
La fede secondo Ann Lee si rivela un’esplosione canora al limite dell’estasi, ci voleva un’attrice con un’ugola potente come quell di Amanda Seyfried per performarla al meglio (ma questo lo sapevamo già dai tempi di I miserabili). Fastvold dal canto suo dimostra di avere uno stile registico già molto maturo, con un controllo formale e un rigore estetico portati ai massimi livelli. Ora, se alla prima ora di visione tutto convince, le performance attoriali e canore, la raffinatezza estetica e la potenza visiva, le musiche firmate dal premio Oscar per The Brutalist Daniel Blumberg, dalla seconda in poi si soffre un po’, perché la formula di dramma-canti-lacrime-preghiere “shakerate” non si rinnova mai.



