“Il mare aperto era sbarrato da un branco di nubi nere, e la via d’acqua tranquilla che portava ai confini estremi della terra scorreva cupa sotto un cielo offuscato: pareva condurre nel cuore di una tenebra immensa”. Joseph Conrad chiudeva così il suo Cuore di tenebra, evocando un fiume che porta verso l’ignoto; e oggi, un’altra immensa via d’acqua oceanica sembra spingerci verso un’incognita altrettanto tenebrosa. Il Marlow di questa storia, mutatis mutandis, è Lorenzo Colantoni, giornalista ambientale e ricercatore all’Istituto affari internazionali, che ha percorso e raccontato questa via nel libro Lungo la corrente. Viaggio nell’Europa che affronta il cambiamento climatico (Laterza), documentando sul campo le ferite profonde e le strategie di sopravvivenza di un territorio sull’orlo di uno stravolgimento epocale, legato a doppio filo al fenomeno che la comunità scientifica descrive come collasso della Amoc, ossia il progressivo “prosciugamento” di un colossale sistema di correnti oceaniche su cui si regge il sistema climatico europeo e mondiale. “Uno degli obiettivi che mi ero posto scrivendo il libro – ci ha raccontato Colantoni – era di investigare il punto di non ritorno climatico dell’Europa”, affrontando la questione non solo dal punto di vista fisico e climatologico, ma anche politico e sociale, a partire dalle storie umane di chi, dalle Azzorre alle Svalbard, vive oggi sulle linee del fronte di un oceano che sta mutando la sua natura.
Cos’è la Amoc (e perché la Corrente del Golfo è un’altra cosa)
Quando si pensa ai grandi sistemi di circolazione oceanica, il nome che per primo salta alla mente è senza dubbio la Corrente del Golfo. Si tratta, essenzialmente, di un flusso oceanico caldo, rapido e localizzato prevalentemente negli strati superficiali del mare che trae le sue origini primarie nelle acque tropicali del Golfo del Messico; poi, spinta dalla forza combinata dei venti dominanti e dalla rotazione del pianeta (il cosiddetto effetto Coriolis), la corrente risale la costa orientale degli Stati Uniti e infine devia il suo percorso verso l’Atlantico settentrionale. “La Corrente del Golfo – prosegue Colantoni – è nota da tempo alla comunità scientifica: la sua esistenza, la sua temperatura e la sua rotta sono documentate fin dal XVIII secolo, quando figure storiche come Benjamin Franklin ne iniziarono a mappare il tracciato per ottimizzare i tempi di percorrenza delle rotte postali e commerciali marittime tra le colonie americane e la madrepatria britannica”. Dal punto di vista della fisica dei fluidi, la Corrente del Golfo è assimilabile a un immenso fiume di superficie: un sistema cinetico mosso e sostenuto principalmente dallo stress meccanico esercitato dal vento sul pelo dell’acqua. Questo la mette relativamente “al sicuro”: poiché i venti planetari non sembrano destinati a fermarsi, la Corrente del Golfo possiede un grado di resilienza intrinseca che la mette parzialmente al riparo da un arresto totale.
Discorso diverso, invece, per la Amoc, acronimo di Atlantic Meridional Overturning Circulation, che rappresenta un colossale “nastro trasportatore” oceanico che abbraccia l’intero bacino atlantico, dalla superficie agli abissi. “La Corrente del Golfo – dice Colantoni – è una parte della Amoc, il sistema di correnti che ‘mitiga’ il clima del nostro continente”. L’Amoc è dunque l’insieme di tutti i movimenti oceanici nella loro interezza, e in quanto tale non è guidata solo dai venti, ma anche (e soprattutto) da determinanti gradienti di densità dell’acqua marina, che a loro volta dipendano strettamente da due fattori cruciali e indissolubilmente legati, ossia la temperatura (componente termo) e la salinità (componente alina): l’Amoc è descritta infatti come circolazione termoalina. Il problema è che il meccanismo che muove questo sistema è molto fragile: le acque calde e superficiali dell’Atlantico (che includono, ma non si limitano ai rami terminali della Corrente del Golfo) viaggiano verso le alte latitudini settentrionali, e man mano che raggiungono i mari subpolari, come il mare del Labrador a est della Groenlandia e i mari nordici tra l’Islanda e le Svalbard, cedono immense quantità di calore latente all’atmosfera sovrastante. È proprio questo rilascio termico a fornire all’Europa il suo clima eccezionalmente temperato, permettendo a metropoli come Londra, Parigi o le capitali scandinave di godere di inverni relativamente miti, pur trovandosi a latitudini che nel continente nordamericano corrispondono alle ben più fredde distese del Canada settentrionale. Un sistema, insomma, molto complesso: “Non possiamo immaginare né rappresentare la Amoc come una singola ‘freccia’ nel mare – continua il giornalista – ma come un sistema molto più complicato, tridimensionale, fatto di ghirigori, vortici e diramazioni: un sistema, per fare un esempio più comprensibile, molto più vicino al Rio delle Amazzoni che al Tevere”. Un labirinto sommerso dotato di innumerevoli tributari, meandri invisibili e diramazioni sommerse che trasporta non solo calore, ma anche acqua dolce, ossigeno e nutrienti fondamentali, collegando ecosistemi apparentemente distanti in una singola rete planetaria.
Un gigante malato
Il problema è che l’Amoc non sta affatto bene. Anzi, sembra essere sul punto di collasso, come ci dicono le misurazioni condotte dalle navi oceanografiche e (ancora meglio) le osservazioni satellitari: “Già da ora le immagini satellitari mostrano che l’acqua dal ‘lato’ statunitense è molto più ‘alta’ rispetto a quella del versante opposto”, dice Colantoni. Il rallentamento della velocità di trasporto della massa di acqua profonda sta provocando un vero e proprio “ingorgo” fluidodinamico lungo la costa orientale del Nord America: in sostanza (sic!), l’acqua che non riesce a defluire verso nord e inabissarsi si accumula, innalzando artificialmente il livello del mare in città come Miami, New York e Boston, e alterando profondamente i modelli meteorologici prima che il collasso definitivo si manifesti. Finora abbiamo usato più o meno disinvoltamente la parola collasso: ma di cosa parliamo esattamente? “Il sistema di correnti – ci spiega Colantoni – è al suo punto più lento degli ultimi 1600 anni, come se un fiume fosse in secca. Si parla di collasso quando il sistema smette di funzionare e il trasporto si blocca”. Sappiamo con certezza che questa diminuzione senza precedenti dell’energia cinetica del sistema non appartiene a un ciclo naturale di lungo periodo, ma è invece imputabile in maniera diretta, secondo gli studi climatologici più consolidati, a una marcata e violenta attività antropica. Per dirla in parole più semplici, pare proprio che sia colpa nostra.
Le conseguenze di questo rallentamento sono drammatiche, e quelle del collasso sarebbero apocalittiche. E soprattutto, proprio in virtù della sua estensione, non sono localizzate, ma si estendono all’intero pianeta, dalle precipitazioni in Amazzonia alla desertificazione nell’Africa sub-sahariana. Prevedere con certezza quello che ci aspetta non è facile: nonostante complesse simulazioni ai supercomputer e modelli sempre più precisi, la comunità scientifica, precisa Colantoni, ancora non sa con esattezza se il collasso avverrà in modalità puramente e improvvisamente binaria (un effetto on-off, insomma), se subirà temporanee inversioni o esitazioni nel suo declino, né se il blocco interesserà solo e inizialmente specifiche diramazioni secondarie della rete. Quel che è certo è che le conseguenze, comunque, non sarebbero piacevoli: “Alcune stime – ci racconta Colantoni – dicono che l’interruzione totale del flusso di calore latente farebbe crollare le temperature medie del Regno Unito di 5-6 gradi entro il 2070: un abbattimento termico che determinerebbe la cancellazione dei pattern di piovosità atlantica e dei cicli stagionali minimi necessari per il germogliamento della flora”. Tradotto: il Regno Unito si trasformerebbe, più o meno, in una specie di tundra ghiacciata senza più la possibilità di coltivare neanche una patata. Anche l’Italia non se la passerebbe bene, con impatti marcati sulle precipitazioni che stravolgerebbero l’economia agricola dell’intero bacino del Mediterraneo. Di contro, dall’altra parte dell’oceano si verificherebbe la tragedia opposta, con innalzamenti catastrofici del livello del mare, ondate di calore insopportabili e ancora più eventi estremi su larga scala.
“Non basta più monitorare”
Le evidenze raccolte sul campo, ci dice ancora Colantoni, che è anche fondatore di R!se, un progetto internazionale dedicato alla comunicazione ambientale, delineano uno scenario in cui al monitoraggio va affiancata, al più presto, l’azione. “La posta in gioco non è solo la salvaguardia del clima – spiega – ma dell’intera Europa”. La strada da percorrere, dunque, è a doppio binario: migliorare la conoscenza degli oceani e del funzionamento delle correnti, e contemporaneamente mettere a punto strategie di mitigazione della crisi climatica nel suo insieme, a partire dalla riduzione dello sfruttamento dei combustibili fossili e dall’aumento di approvvigionamento energetico da fonti rinnovabili. Solo così – forse – quel cuore di tenebra sarà un po’ meno buio.



