HALLE AM BERGHAIN, BERLINO – Pierre Huyghe, artista concettuale francese classe 1962, tra i nomi più influenti a livello mondiale nel campo dell’arte contemporanea. Tommaso Calarco, fisico italiano direttore del Peter Grünberg Institut – Quantum Control al Forschungszentrum Jülich, uno dei principali protagonisti dello sviluppo del Quantum Manifesto e tra le massime autorità internazionali nel campo dei computer quantistici. E il Berghain di Berlino, leggendario ed esclusivissimo club techno nel cuore della capitale tedesca. Con la collaborazione di Calarco e negli spazi del Berghain, Huyghe ha appena presentato al mondo la sua ultima creazione artistica. Si chiama Liminals, è stata commissionata dalla LAS Art Foundation nell’ambito del suo programma Quantum Sensing e Wired ha avuto l’occasione di visitarla in anteprima: con questo lavoro – un film della durata di 55 minuti, proiettato su uno schermo 9×9 nell’oscurità più totale – Huyghe ha trasdotto (più che tradotto) in immagini e suoni le suggestioni concettuali, scientifiche e filosofiche che arrivano del mondo bizzarro e controintuitivo della meccanica quantistica. Un progetto che ha richiesto quattro anni di produzione e un confronto continuo con Calarco (e con il filosofo Tobias Ress): il film, essenzialmente, segue una figura umana priva di volto, “una creatura ibrida, una membrana infinita scolpita dal vuoto – ha spiegato l’artista – “Un osservatore che segue la natura ambigua di questa entità, la sua mostruosità, percorre stati di indeterminazione, dell’incertezza di essere, vivere o esistere. Il film ritrae un essere inesistente, un paesaggio dell’anima, un esterno radicale, che si forza di combinare empatia e impossibilità. È un veicolo per accedere a cosa può essere e non può essere, per relazionarsi con il caos, e per trasformare gli stati di incertezza in un cosmo”. Concetti, per l’appunto, evidentemente frutto di una “contaminazione” quantistica, strettamente imparentati con il principio di sovrapposizione degli stati, dell’indeterminazione, dell’entanglement e con la particolare relazione tra realtà oggettiva, osservazione e osservatore che è uno degli aspetti più affascinanti e misteriosi della meccanica quantistica.
No all’esagerazione
Se il mondo dell’arte contemporanea e di certa filosofia new wave ha spesso cannibalizzato (e talora banalizzato) la terminologia scientifica, in particolare nel campo della meccanica quantistica, questo non è il caso. La caratura di Huyghe e la competenza di Calarco sono i garanti del rigore dell’operazione: “Mi occupo di tecnologie quantistiche da molti anni – ci ha spiegato il fisico – e in particolare del cosiddetto quantum control, ovvero il controllo degli errori. Ma non solo: ho anche molto a cuore il quantum hype control, cioè il controllo dell’esagerazione mediatica sul tema. Non si sentono altro che promesse che le tecnologie quantistiche cambieranno il mondo e la vita quotidiana nel giro di poco tempo. Non è vero. Forse accadrà nel lungo termine, e la ricerca nel campo è molto seria e rigorosa, ma non bisogna farsi abbindolare da promesse troppo entusiastiche”. L’incontro con Huyghe ha funzionato proprio perché l’artista non cercava la “magia” tecnologica, ma il “liminale”, come suggerisce il nome dell’opera, uno “spazio di confine” tra l’osservabile e il reale. “Il motivo per cui ho iniziato a interessarmi alla meccanica quantistica – dice ancora Calarco – è che, a livello intuitivo e razionale, sembra non avere alcun senso. C’è un teorema per cui è stato assegnato il Nobel qualche anno fa [ad Alain Aspect, John Clauser e Anton Zeiliger, nda] che dimostra che non è possibile parlare di ‘esistenza’ di un oggetto – almeno non nell’accezione comune – prima della sua misura”. È anche su questo paradosso, quello dell’inesistenza (o più precisamente dell’impossibilità di dare una caratterizzazione precisa dell’esistenza, definibile solo in termini probabilistici) di una realtà definita prima dell’osservazione, che si basa Liminals.
Che rumore fa una membrana di 200 atomi?
Il cuore “scientifico” dell’installazione è il design del suono. Non si tratta di suoni sintetizzati con oscillatori classici né di campionamenti, ma, piuttosto, della “voce diretta” di un sistema quantistico. Il “rumore” di un qubit, se preferite. Tommaso Calarco e il suo team al Forschungszentrum Jülich hanno utilizzato un simulatore quantistico per produrre esattamente il suono di una membrana fatta di 200 atomi che vengono sollecitati in diversi modi. “Abbiamo creato – ci spiega – il suono di quattro sezioni della colonna sonora, di circa 30 secondi l’una. Invece di simulare una molecola per scopi (per esempio) di ricerca farmaceutica, abbiamo simulato una piccola membrana: una specie di pelle di tamburo composta di soli 200 atomi”. Il processo fisico utilizzato è noto come quench: in fisica, un quench avviene quando si “spengono” bruscamente i parametri di un sistema portandolo fuori dall’equilibrio. In questo caso, il quench equivale alla “percussione” sul tamburo quantistico. “Abbiamo ‘colpito’ la membrana, scuotendola con un campo esterno, e simulato come si adattavano gli atomi. Non potevamo ascoltarli con un microfono, ma abbiamo misurato le loro vibrazioni”. A questo punto, con un processo analogo a quello della sonificazione dei buchi neri, Calarco e colleghi ha trasporto le frequenze misurate in un range udibile dall’orecchio umano. Il risultato sonoro è inquietante, profondo, alieno. Ma, soprattutto, reale: “Per la prima volta – sottolinea Calarco – un simulatore quantistico è stato usato per produrre un suono reale nello stesso modo in cui si usa uno strumento musicale fisico. Abbiamo usato un sistema quantistico come se fosse uno strumento”.
“Vedere” il rumore
Il suono di Liminals è, almeno in parte, la voce degli atomi. E le immagini sono la loro ombra. Una delle caratteristiche fondamentali del calcolo quantistico attuale è infatti il rumore, inteso questa volta non come suono, ma come “fluttuazione” naturale e intrinseca degli stati quantistici. Nell’informatica quantistica il rumore è uno dei principali ostacoli da superare, mentre nell’opera di Huyghe è stato trasformato in un filtro estetico: “Il quantum noise – dice ancora il fisico – è stato utilizzato per generare o alterare alcune delle immagini del film: abbiamo usato delle distribuzioni di probabilità generate dal computer quantistico per ‘sfocare’ la realtà visiva”. Ancora una volta, quello che si vede sullo schermo non è un effetto di post-produzione, ma l’applicazione “reale” di un dataset probabilistico alla texture del video. Una precisazione che il fisico ha molto a cuore: “L’opera di Huyghe non è divulgazione scientifica. Non è la spiegazione di come funziona la meccanica quantistica. Tutt’altro: è (anche) l’uso di alcuni strumenti e concetti quantistici per fare arte, servendosi dei qubit come materia prima”. Un’operazione che serve a costruire una sorta di protesi sensoriale, aiutando ad avvertire con i sensi ciò che può esistere solo in un acceleratore di particelle o una camera a vuoto: “Non so esattamente come funziona uno smartphone, ma so usarlo – conclude lo scienziato – Non ho bisogno di capirne i dettagli tecnici per apprezzarlo. Allo stesso modo, non serve una laurea in fisica per percepire quest’ottica. Dobbiamo essere in grado, come cittadini, di saperci relazionare a queste tecnologie anche senza comprenderne la meccanica sottostante”.




