[ad_1] L’intervento prevede la realizzazione di grandi pozzi drenanti. “Stiamo parlando di nove pozzi profondi 25 metri e di altri 36 pozzi profondi 30 metri, tutti con un diametro interno di otto metri”, racconta Venturini. “All’interno di ciascun pozzo vengono…
L’intervento prevede la realizzazione di grandi pozzi drenanti. “Stiamo parlando di nove pozzi profondi 25 metri e di altri 36 pozzi profondi 30 metri, tutti con un diametro interno di otto metri”, racconta Venturini. “All’interno di ciascun pozzo vengono realizzati dreni sub-orizzontali a raggiera, lunghi fino a 100 metri”.
L’obiettivo è ridurre le pressioni dell’acqua nei pori del terreno. “L’acqua non lubrifica nel senso tradizionale del termine, ma aumenta le pressioni neutrali, riduce il peso efficace del terreno e quindi l’attrito sul piano di scorrimento. Quando togliamo l’acqua, aumentiamo l’attrito e la frana si stabilizza”.
Tempi, efficacia e monitoraggio
L’effetto degli interventi è atteso in tempi rapidi. “È sostanzialmente immediato”, afferma Venturini. “Così come la frana si muove subito quando piove molto, allo stesso modo smette di muoversi se l’acqua viene drenata e non si accumula”.
Accanto ai pozzi è prevista anche una sistemazione superficiale delle acque, con canali realizzati con tecniche di ingegneria naturalistica, per impedire l’infiltrazione e convogliare l’acqua direttamente verso il mare.
Il monitoraggio resta però essenziale. “Servirà una rete di piezometri per misurare il livello dell’acqua nel sottosuolo, insieme a misure topografiche, inclinometri e interferometria satellitare, che consente di rilevare anche minimi spostamenti del terreno”.
Prevenzione, pianificazione e consapevolezza
Secondo Ispra, la gestione del rischio frana non può basarsi su un’unica soluzione. “Il rischio si affronta con approcci sinergici”, sottolinea Iadanza. “Dalla conoscenza e dall’aggiornamento delle mappe, alla pianificazione territoriale, fino agli interventi strutturali, al monitoraggio e ai sistemi di allertamento”.
Un ruolo crescente lo gioca anche l’informazione ai cittadini. “Con la piattaforma IdroGEO chiunque può verificare il livello di pericolosità dell’area in cui vive o vuole investire”, spiega la ricercatrice. “L’obiettivo è rendere le persone più consapevoli del rischio, per prendere decisioni informate”.
Dalla frana di Niscemi al progetto di Petacciato, il filo conduttore è chiaro: il dissesto idrogeologico in Italia non è un’emergenza episodica, ma una condizione strutturale. Conoscerla, mapparla e affrontarla in modo sistematico è l’unica strada per ridurre i danni e, soprattutto, prevenire nuove tragedie.
