I detriti spaziali là fuori sono tantissimi. Le ultime stime aggiornate dall’Esa parlano di almeno 1,2 milioni di oggetti grandi tra 1 cm e 10 cm, cui si aggiungono circa 140 milioni di quelli minuscoli, sotto il cm (qualche decina di migliaia invece quelli superiori ai 10 cm, circa 9 mila sono quelli ancora in attività). Questa folla di detriti spaziali preoccupa gli addetti ai lavori (e stimola anche il business), impegnati in attività di monitoraggio, mitigazione e controllo, per quanto possibile. I rischi legati alla presenza in orbita di così tanti detriti spaziali sono diversi: da quelli di collisione con satelliti e navicelle spaziali, a quelli a terra. Il rischio qui è che gli oggetti abbastanza grandi da non bruciare in atmosfera durante il rientro possano sopravvivere e cadere al suolo, contaminandolo con sostanze potenzialmente dannose (i rischi per la popolazione sono ritenuti bassi, sebbene potrebbero aumentare con l’aumento del traffico verso e di ritorno dallo spazio, spiegano gli esperti).
Utilizzare i sismometri per tracciare i detriti spaziali di rientro
In questo contesto si inserisce una nuova nuova ricerca apparsa sulle pagine di Science che mostra come potremmo utilizzare i sismometri a terra per mappare l’area di diffusione dei detriti spaziali di rientro sulla terra. “Quasi in tempo reale”, scrivono Benjamin Fernando e Constantinos Charalambous, rispettivamente dalla Johns Hopkins University e dall’Imperial College di Londra. Il test del loro metodo ha riguardato il modulo orbitale della navicella Shenzhou-15, che si è comportato diversamente da quanto ipotizzato secondo i modelli tradizionali.
La proposta dei ricercatori è dunque questa: utilizzare i sismometri per tracciare traiettoria e siti di impatto dei detriti spaziali che ritornano a terra. Non un’idea del tutto nuova, ammettono: è noto infatti che le onde d’urto prodotte da oggetti spaziali naturali, come i meteoroidi (le meteore prima che tocchino l’atmosfera), possono essere sentite dai sismometri. Più nel dettaglio, a essere informativi sono i segnali sismoacustici associati a questi rientri, che infatti avvengono a velocità supersoniche producendo dei boom sonici.
Interrogare le onde d’urto
Partendo da questo, i due ricercatori hanno analizzato il rientro del modulo orbitale della navicella cinese sfruttando alcuni sismometri presenti in California e Nevada. Il dato principale captato dai sismometri sono, anche in questo caso, le onde d’urto create dai detriti spaziali, che producono dei segnali diversi (anche nel tempo) a seconda di dove intercettano (e quindi dove sono localizzate) le strumentazioni a terra. I segnali prodotti sono ricchi di informazioni: grazie alla loro analisi i ricercatori riescono per esempio a distinguere se l’oggetto che le ha generate si è o meno disintegrato, e possono stimarne anche dimensioni, la velocità, angolazione e traiettoria di rientro, spiegano. Sono stime affidabili? Alcuni dati sono paragonabili o poco distanti dalle stime effettuate con metodi più tradizionali (radar e analisi ottiche) e altri, come quelli sulla frammentazione del detrito, concordano con alcuni video amatoriali dell’evento.
Una strategia per recuperare i detriti spaziali velocemente
Il punto, sottolinea in un pezzo che accompagna lo studio, Chris Carr del Los Alamos National Laboratory, non è avere una traiettoria in tempo reale dell’oggetto (o degli oggetti): si muovono più velocemente di quanto arrivi il segnale. Il punto piuttosto è un altro: sfruttare le traiettorie elaborate a partire dai dati acquisiti dai sismometri per capire dove si trovano i detriti una volta arrivati sulla terra, e andarli così a recuperare. Non solo per ripulire il pianeta da sostanze potenzialmente tossiche, ma anche, nel caso in cui gli oggetti spaziali siano di origine naturale, per mettere mano su qualcosa che sia il meno contaminato possibile, scrive Carr. Questo se parliamo dei detriti più grossi, quelli che toccano terra, ma insieme a questi il rientro dei detriti spaziali produce anche sostanze e particolato che rimangono in atmosfera, aggiungono in chiusura del loro articolo Fernando e Charalambous. Magari potremmo usare questo sistema di tracciamento anche per andare a mappare e studiare le zone più colpite da questi inquinanti.
Il metodo proposto dai ricercatori potrebbe andare a sommarsi all’utilizzo di strumentazione ottica e radar utilizzati oggi, tutt’altro che perfetti nel fare questo lavoro. A titolo di esempio di recuperi andati storti per queste carenze, in epoche recenti, i ricercatori ricordano il caso del razzo Starship di Space X che all’inizio del 2025 aveva rilasciato, esplodendo, una marea di detriti sopra i Caraibi. Non ci furono feriti o vittime, ma i detriti caddero a pioggia su Turks e Caicos e fu chiuso lo spazio aereo nell’area.


