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Wearable e fitness tracker sempre più diffusi? Si va verso una montagna di rifiuti

di webmaster | Gen 9, 2026 | Tecnologia


Il mercato degli indossabili dedicati alla salute ĆØ in piena espansione, spinto dall’invecchiamento della popolazione e dalla crescente attenzione alla salute preventiva. Smartwatch, anelli, dispositivi come sensori per la glicemia, patch intelligenti, tracker biometrici grandi quanto un cerotto e capaci di monitorare praticamente tutto sono sempre più piccoli, sempre più efficienti. E sempre più usa-e-getta. A ricordarci il lato oscuro di questo boom ĆØ uno studio appena pubblicato su Nature, che mette sul tavolo una veritĆ  scomoda: la corsa ai wearable per la salute rischia di trasformarsi in un serio problema ambientale.

I numeri snocciolati dalla ricerca della Cornell University e dell’UniversitĆ  di Chicago, parlano chiaro: la domanda globale di questi dispositivi potrebbe passare dagli attuali 47 milioni di unitĆ  a 2 miliardi all’anno entro il 2050. Un aumento di 42 volte. Il risultato sarĆ  un’ereditĆ  pesante: oltre un milione di tonnellate di rifiuti elettronici e 100 milioni di tonnellate di COā‚‚ rilasciate nell’atmosfera. Almeno se continueremo a progettarli e produrli come oggi.

La radice del problema

Lo studio smonta un luogo comune. Il principale responsabile dell’impatto ambientale non ĆØ la plastica dei cinturini, della scocca o le batterie al litio. A pesare davvero, per circa il 70% dell’impronta di carbonio, ĆØ il circuito stampato, il microprocessore che rende ā€œsmartā€ questi dispositivi. La colpa sta nell’estrazione e nella lavorazione dei materiali che lo compongono: oro, argento, palladio e altri metalli rari che richiedono processi produttivi estremamente energivori. ƈ qui che si gioca la partita più importante, ben lontano dall’estetica o dal packaging.

I ricercatori non si limitano a lanciare l’allarme, ma indicano anche due possibili vie d’uscita. La prima ĆØ banale solo in apparenza: usare metalli comuni. Sostituire oro e minerali rari con materiali più diffusi, come il rame, ridurrebbe drasticamente l’impatto ambientale della produzione. La seconda ĆØ ripensare il design in chiave modulare, progettando dispositivi in cui il circuito stampato possa essere riutilizzato, cambiando solo l’involucro esterno.

ā€œQuando questi dispositivi vengono distribuiti su scala globale, le piccole scelte di progettazione si sommano rapidamenteā€, ha scritto uno degli autori dello studio. ƈ l’effetto farfalla applicato all’elettronica di consumo: una decisione presa oggi sul tavolo dei designer può tradursi in milioni di tonnellate di differenza domani.

Una montagna di rifiuti

È una storia che suona fin troppo familiare, già vista con gli smartphone. Ogni anno se ne vendono più di un miliardo, con cicli di sostituzione sempre più brevi e riparazioni spesso scoraggiate da scelte progettuali precise. Il risultato è una montagna di rifiuti elettronici che cresce più velocemente della nostra capacità di riciclarli.

E poi ci sono gli accessori. Usb-A, micro-Usb, Usb-C, lightning: ogni cambio di standard ha lasciato dietro di sĆ© milioni di cavi perfettamente funzionanti ma improvvisamente inutili. Un problema talmente evidente che l’Unione europea ĆØ dovuta intervenire imponendo un caricatore unico. Non per amore del minimalismo, ma per arginare uno spreco diventato sistemico.



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Scritto da Flavio Perrone, consulente informatico e appassionato di tecnologia e lifestyle. Con una carriera che abbraccia più di tre decenni, Flavio offre una prospettiva unica e informata su come la tecnologia può migliorare la nostra vita quotidiana.

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